Con una lentezza quasi cinematografica, la scena si apre su uno spazio sospeso: una sala teatrale anonima di provincia, abitata per sei settimane da cinque persone che scelgono di partecipare a un corso di recitazione. Non accade, apparentemente, nulla di straordinario. Eppure, proprio in questa sospensione, si attiva il dispositivo drammaturgico di Baker: un lavoro sottile, progressivo, che non costruisce una trama nel senso tradizionale, ma lascia emergere micro-dinamiche relazionali attraverso esercizi, ripetizioni, ascolto.
Circle Mirror Transformation diventa così una lente sul lavoro attoriale, raramente esposto nella sua nudità e qui invece posto al centro della scena: pratiche di esercizi di consapevolezza spaziale, relazionale, emotiva spingono i partecipanti a esporsi, a raccontarsi, a lasciarsi attraversare da ricordi e frammenti di vissuto.
Di fronte allo svolgersi delle settimane, appare sempre più evidente lo spazio che vi è tra i corpi in dialogo: cosa accade quando si entra davvero in relazione con l’altro? E cosa si smuove, inevitabilmente, dentro di sé?
Il testo di Annie Baker - Premio Pulitzer e figura centrale della nuova drammaturgia americana - trova nella regia di Valerio Binasco un andamento coerente con la sua natura: un lavoro che asseconda la sospensione della sua scrittura. In scena, accanto a lui, Pamela Villoresi, Alessia Giuliani, Andrea Di Casa e Maria Trenta, su traduzione di Monica Capuani e Cristina Spina.
Al centro di questo processo c’è Marta, figura ambigua e magnetica, guida del laboratorio. La sua conduzione oscilla tra pedagogia teatrale e una forma più sottile, quasi scivolosa, di introspezione che sfiora la psicoanalisi senza mai dichiararsi tale. Attorno a lei, quattro partecipanti: un uomo pratico, lontano dal mondo artistico, una giovane studentessa alla ricerca di una possibile vocazione, un’ex attrice che ha abbandonato la scena e un altro uomo legato a Marta da una relazione personale. Ognuno entra nel lavoro con aspettative diverse, spesso in contrasto, ma tutti vengono progressivamente condotti verso un terreno comune: quello dell’esposizione.
Il dispositivo degli esercizi - raccontarsi, ripetere, rispecchiarsi nell’altro, restituire una storia ascoltata come se fosse propria - genera uno slittamento continuo tra identità e rappresentazione. Il sé si frammenta e si ricompone nello sguardo altrui. In questo senso, il mirror del titolo non è solo metafora, ma pratica concreta: ci si guarda attraverso l’altro, si abita temporaneamente una voce che non è la propria, si sperimenta una possibilità di trasformazione.
Questo processo attraversa tutti i livelli della scena: accade ai personaggi, accade agli attori che li interpretano, e, più in profondità, accade alle persone che, attraverso il teatro, si espongono e si ridefiniscono.
La scrittura di Baker è minimale, diretta, e proprio per questo stratificata: accade tutto dentro le azioni, nei silenzi, nelle ripetizioni. È un testo che rinuncia alla costruzione drammatica tradizionale per affidarsi a un movimento lento, quasi impercettibile, che cresce nel tempo, come uno spostamento interno più che un evento esterno.
La regia di Binasco asseconda questa natura senza forzarla. Lo spazio scenico, spoglio e attraversato da luci che oscillano tra il grigio e il bianco artificiale, restituisce un luogo sospeso, un non-luogo che è insieme concreto e mentale. Un ambiente che sembra aver visto molto, o forse nulla, e che proprio per questo diventa contenitore neutro, disponibile ad accogliere le proiezioni dei personaggi e dello spettatore.
In questo contesto, il lasciarsi andare assume un valore rovesciato rispetto al fuori. Se nella vita quotidiana coincide spesso con una perdita di controllo, qui diventa una forma di acquisizione: perdere per ritrovarsi, dislocarsi per vedere da un’altra prospettiva. Il teatro, allora, non è rappresentazione ma pratica; mostra come ancor prima di una costruzione di un personaggio ci sia un attraversamento di sé attraverso un dispositivo condiviso.
Anche lo spettatore viene coinvolto in questo meccanismo: all’inizio resta esterno, quasi spaesato di fronte a esercizi di cui non coglie immediatamente il senso - se non viene dal mondo attoriale. Progressivamente, però, entra nel ritmo, riconosce le dinamiche, si rispecchia a sua volta; come di fronte a un'equazione studiata alle scuole medie, riconosce pezzi, e si trova a osservare e, contemporaneamente, a partecipare: a spiare e a essere implicato.
Il tempo, elemento centrale, perde linearità per farsi accumulo, ritorno, eco. Ogni esercizio sembra riaprire qualcosa, riportare alla superficie frammenti che non si esauriscono. In questo intreccio tra tempo e solitudine, emerge una tensione costante: più il tempo si dilata, più affiora la percezione di ciò che è stato mancato, o rimandato.
Circle Mirror Transformation è, in definitiva, un lavoro sulle imperfezioni e sul non detto. Un’indagine sul teatro come spazio in cui è possibile sostare nell’incertezza, nel non sapere, nel processo: la sua lettura o la messa in scena è un’esperienza che chiede tempo, attenzione, disponibilità a restare dentro un flusso.
All’uscita, si ha la sensazione di aver attraversato qualcosa di minimo e, allo stesso tempo, di profondamente incisivo. Come se, in quella sala apparentemente vuota, si fosse depositata una quantità di vita difficile da nominare ma impossibile da ignorare.
La Locandina
Circle Mirror Transformation
di Annie Baker
traduzione Monica Capuani e Cristina Spina
con Valerio Binasco, Pamela Villoresi, Alessia Giuliani, Andrea Di Casa, Maria Trenta
regia Valerio Binasco
scene Guido Fiorato
costumi Alessio Rosati
luci Alessandro Verazzi
suono Filippo Conti
video Simone Rosset
regista assistente Fiammetta Bellone
assistente regia Eleonora Bentivoglio
assistente scene Lorenzo Rostagno
assistente costumi Rosa Mariotti
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Circle Mirror Transformation è presentato per gentile concessione della United Talent Agency e per il tramite dell’Agenzia Danesi Tolnay
Lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale al Teatro Carignano di Torino il 7 aprile 2026.
Durata: 1 ora e 50 minuti senza intervallo.
[A cura di Margot Océane]
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