Il Piccolo Teatro di Milano apre le porte del Teatro Grassi alla personale della nuova artista associata Daria Deflorian: quattro lavori che più che adattamenti costituiscono un attraversamento della parola letteraria nel corpo della scena.
Personale Daria Deflorian riunisce quattro messe in scena tratte da tre autori - Annie Ernaux, Han Kang e Édouard Louis - accomunati da una scrittura che affonda nel vissuto, nell’esperienza reale come materiale primario. A divergere radicalmente è il modo in cui questo materiale viene trattato.
La rassegna si apre con Memoria di ragazza di Ernaux, Premio Nobel per la Letteratura 2022: un lavoro sulla memoria come costruzione. Il testo oltrepassa la memoria nostalgica, andando piuttosto verso una distanza lucida del passato, quasi analitica, dove il corpo diventa archivio di trasformazioni individuali e collettive.
Con La vegetariana, di Han Kang (Premio Nobel per la Letteratura 2024), il dispositivo cambia. La narrazione si incrina, si frammenta, si sposta tra sogno e realtà Qui la razionalità si limita, lasciando al subconscio di continuare, lì dove il trauma e l’immagine prendono il sopravvento.
Chi ha ucciso mio padre di Édouard Louis segna invece un passaggio netto: dalla biografia individuale alla responsabilità politica. Il corpo del padre, segnato dal lavoro, dalla malattia, dalla fatica, diventa il luogo in cui si inscrivono decisioni economiche e sociali precise. Con questo la storia personale lascia spazio a un gesto politico, un atto d’accusa.
La personale si chiude con Elogio della vita a rovescio, ancora da Han Kang, dove il rapporto tra sorelle diventa il punto di osservazione di una violenza più sottile, domestica, quasi invisibile, che attraversa i legami affettivi senza dichiararsi apertamente.
La vegetariana
Il gesto iniziale è minimo: Yeong-hye smette di mangiare carne. Ma questa scelta non ha nulla di ideologico o alimentare. È un rifiuto più profondo, che investe il corpo, le relazioni e le strutture sociali che li regolano.
La scrittura di Han Kang lavora per immagini e slittamenti: sogno, incubo e realtà si intrecciano senza gerarchie. In scena, Daria Deflorian non tenta di ricomporre o trascrivere questo materiale, ma lo assume nella sua instabilità, lasciandolo agire. Il risultato è una drammaturgia che privilegia l’immagine rispetto alla parola, e il frammento rispetto alla continuità narrativa.
Il perturbamento nasce da questa sottrazione di senso: una scelta radicale, silenziosa, produce una frattura irreversibile all’interno della famiglia, facendo emergere la violenza implicita nelle convenzioni sociali. La ribellione viene così agita, prima ancora di essere dichiarata, generando una disgregazione profonda, non solo nelle relazioni ma nella percezione stessa degli individui.
Han Kang, come Deflorian, adotta una prospettiva chiaramente femminile: il corpo di Yeong-hye (Monica Piseddu) si sottrae al controllo, prima paterno, poi coniugale, e mette in crisi una struttura che normalizza comportamenti, desideri e identità. La follia diventa così una categoria instabile: devianza o unico spazio possibile di libertà?
Il punto di vista è centrale proprio perché sfugge. La parola di Yeong-hye non si esprime quasi mai direttamente: la sua esperienza è filtrata dallo sguardo degli altri - il marito (Gabriele Portoghese), la sorella (), il cognato (Paolo Musio) mentre l’unica forma di accesso alla sua interiorità passa attraverso i sogni, che invece di chiarire, amplificano il tutto. Sono visioni disturbanti, opache, che non spiegano la scelta di un proprio vissuto; così facendo fanno emergere la follia, resa percepibile nella sua radicalità.
In scena, come nel romanzo, il sovrapporsi di punti di vista generano un flusso discontinuo di voci e relazioni, in cui il centro non è mai stabile; così facendo, il lettore / spettatore è costretto a muoversi tra percezioni diverse, senza mai potersi ancorare a una verità unica.
In scena, questo dispositivo si traduce in una struttura tripartita, che Deflorian articola anche visivamente: rosso, azzurro chiaro, verde. Dal rosso del sangue, della violenza originaria, prende avvio il processo di sottrazione di Yeong-hye, inizialmente raccontata dallo sguardo esterno del marito, che la definisce una presenza anonima, conforme, priva di qualità. È proprio da questa apparente insignificanza che nasce lo scarto.
Progressivamente, la figura di Yeong-hye (Monica Piseddu), perde consistenza realistica per diventare quasi un’apparizione: corpo attraversato da immagini, da impulsi, da una trasformazione che non si lascia contenere. La rinuncia alla carne non è che il primo gesto, l’inizio di una sottrazione più radicale che investe il linguaggio, il comportamento, la stessa appartenenza all’umano.
Attorno a lei, gli altri personaggi, il marito (Gabriele Portoghese), il cognato (Paolo Musio), la sorella (Daria Deflorian), non riescono a comprendere, e reagiscono tentando di ricondurla a una forma leggibile. Il suo corpo diventa così un campo di intervento, un oggetto da correggere, contenere, reinterpretare, ma ogni tentativo fallisce, e anzi accelera la frattura.
Parallelamente, anche lo spazio scenico si trasforma: da interno domestico riconoscibile si fa progressivamente rarefatto, instabile, sempre più dipendente dalla presenza e dalle azioni della protagonista. La luce (Giulia Pastore) e il suono (Emanuele Pontecorvo) assumono una funzione drammaturgica centrale, mentre il confine tra realtà e visione si assottiglia fino quasi a scomparire.
Nel paesaggio verde, segnato dalla pioggia e dalla distanza, si apre uno spazio diverso, in cui la relazione non è più solo violenza o imposizione; ciò che appariva come distruzione si rivela come un’altra forma di esistenza. Il desiderio di Yeong-hye di diventare pianta, di sottrarsi completamente all’umano, da pura follia, si configura come una possibilità estrema di vita.
Una possibilità che resta incomprensibile, ma che proprio per questo, nel gesto finale di accettazione della sorella, diventa l’unica forma possibile di amore.
La Locandina
La vegetariana
scene dal romanzo di Han Kang
adattamento del testo Daria Deflorian e Francesca Marciano
co-creazione e interpretazione Daria Deflorian, Paolo Musio, Monica Piseddu, Gabriele Portoghese
regia Daria Deflorian
aiuto regia Andrea Pizzalis
scene Daniele Spanò
luci Giulia Pastore
suono Emanuele Pontecorvo
costumi Metella Raboni
consulenza artistica nella realizzazione delle scene Lisetta Buccellato
collaborazione al progetto Attilio Scarpellini
consulenza alla drammaturgia Eric Vautrin
direzione tecnica Lorenzo Martinelli con Micol Giovanelli
stagista assistente Blu Silla
coordinamento tecnico "Personale Daria Deflorian" Elena Vastano
per INDEX Valentina Bertolino, Elena de Pascale, Francesco Di Stefano, Silvia Parlani
una produzione INDEX
in coproduzione con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale; La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
in corealizzazione con Romaeuropa Festival; TPE – Teatro Piemonte Europa; Triennale Milano Teatro; Odéon-Théâtre de l’Europe; Festival d’Automne à Paris; théâtre Garonne, scène européenne – Toulouse
con la collaborazione di ATCL / Spazio Rossellini; Istituto Culturale Coreano in Italia
con il supporto di MiC – Ministero della Cultura
copyright © Han Kang 2007
copyright © Adelphi 2016
Lo spettacolo contiene scene di nudo
Consigliato a partire dai 16 anni
[A cura di Margot Océane]
La vegetariana
Personale Daria Deflorian ESAURITO