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Orgasmo
Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso
   31 Mar 2026   |     Redazione   |     Margot Boccia   |     permalink   |      commenti
In quella che sempre più chiaramente si configura come una recessione del desiderio, il presente appare come un sistema efficiente ma svuotato, perfettamente funzionante eppure privo di slancio vitale. Le giornate si susseguono secondo una logica quasi automatica, scandite da obiettivi, scadenze e prestazioni, dove il tempo perde la sua dimensione esperienziale per diventare pura organizzazione produttiva. In questo meccanismo chiuso, ogni differenza tende ad annullarsi e tutto si ripete uguale a se stesso, in un ciclo continuo in cui inizio e fine sembrano coincidere.

È in questo contesto che prende forma Orgasmo Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso, scritto, diretto e interpretato da Niccolò Fettarappa, che debutta al Teatro Studio Melato come artista associato del Piccolo Teatro di Milano.

Niccolò immagina e al tempo stesso rivela una società in cui il lavoro ha progressivamente occupato lo spazio un tempo destinato al piacere. L’ipotesi da cui prende avvio la vicenda - la proclamazione, da parte delle istituzioni europee, della fine dell’orgasmo entro il 2030 - si presenta come una provocazione surreale, ma finisce per assumere i contorni di una conseguenza logica, quasi inevitabile. La sua enunciazione, fredda e apparentemente rassicurante, apre a un mondo in cui il venir meno del sesso viene accolto con una inquietante normalità, come promessa di un ordine migliore.

Ma cosa implica davvero la scomparsa del sesso?
Implicherebbe una frattura nel rapporto tra individuo, corpo e realtà. Il tentativo di incasellare il sesso entro schemi sociologici o interpretazioni razionali rivela, in fondo, un bisogno di neutralizzarne la forza destabilizzante. Ciò che emerge è una progressiva erosione della vitalità, un indebolimento del desiderio che investe tanto la sfera personale quanto quella collettiva.


La scena si costruisce attorno a una coppia in crisi: da un lato una donna (Rebecca Sisti) schiacciata dalle pressioni lavorative, immersa in una dimensione nevrotica che finisce per incrinare la relazione; dall’altro un uomo (Gianni D’Addario) disorientato, che tenta di recuperare un contatto con sé attraverso pratiche come lo yoga o uno sguardo rivolto all’esterno, senza però riuscire davvero a ritrovarsi. Attorno a loro si muovono figure che amplificano il paradosso: un giornalista (Lorenzo Guerrieri) che entra nelle case diffondendo il verbo ufficiale sulle nuove normative sul sesso, finendo egli stesso per esserne destabilizzato, e uno zoologo, il Dottor Fettarappa (Niccolò Fettarappa), incaricato di eliminare definitivamente il desiderio, in nome di una società interamente orientata alla produttività.

Il sesso, allora, si configura come relazione con l’altro e con il proprio corpo, e la sua scomparsa coincide con una perdita più ampia: quella di un orientamento, di una capacità di sentire. Ciò che viene meno è anche una forma di movimento, un’energia che attraversa il corpo e lo mette in relazione con il mondo. Al suo posto si afferma un modello inverso, che invita a contenere, controllare, incanalare.

In questo senso, il desiderio non scompare davvero, ma viene deviato. L’essere umano rinuncia alla propria dimensione erotica per trasferirla altrove, trovando nel lavoro il nuovo spazio di investimento. Il risultato è una sorta di eroticizzazione della produttività: il raggiungimento di obiettivi, l’avanzamento di carriera, il riconoscimento sociale diventano le nuove forme di gratificazione, pur restando profondamente vuote. Si afferma così una tendenza sempre più forte a identificarsi con il proprio ruolo lavorativo, fino a farne una sorta di partner sostitutivo.

A interrompere questa staticità interviene l’irruzione degli orsi, simbolo di forza, protezione e associato al tempo stesso all’energia selvaggia della natura. Essi rappresentano un ritorno del rimosso, una manifestazione di un desiderio primordiale, dionisiaco, che la società ha cercato di reprimere. La loro comparsa produce uno scarto: costringe a interrogarsi su ciò che è stato perduto, su una dimensione più istintiva e vitale che non è del tutto scomparsa, ma soltanto rimossa.

Il ritmo serrato della messa in scena accompagna e sostiene questa tensione, mantenendo costantemente attivo il flusso narrativo e contribuendo a costruire un equilibrio tra comicità e inquietudine.


Che cos’è oggi l’amore?
Se esiste ancora, sembra richiedere una riconnessione con il corpo, con una dimensione più arcaica e pulsionale. Tuttavia, l’amore non è mai isolato, ma profondamente legato al contesto in cui si sviluppa: ci si innamora anche di un tempo, di una condizione, di un ambiente. Separato da quel contesto, rischia di perdere consistenza.

In questo quadro già fragile, i dati sociologici contribuiscono a rendere ancora più evidente la portata della trasformazione in atto. Il report del Censis, Italiani nelletà selvaggia, restituisce un’immagine ambivalente: da un lato si registra che il 27% degli italiani dichiara di avere rapporti sessuali una volta alla settimana, un dato che viene presentato come positivo; dall’altro, però, emerge una lettura più inquietante se lo si confronta con l’idea del sesso come bisogno primario. Una frequenza così ridotta, infatti, suggerisce piuttosto un impoverimento dell’esperienza, più che una sua vitalità.

A questo si aggiungono altri numeri significativi: una quota rilevante della popolazione, circa l’8,8%, afferma di non avere alcun rapporto sessuale, mentre una percentuale ancora più ampia, pari al 37%, colloca la propria attività in una fascia molto diradata, tra una volta al mese e una ogni diversi mesi. Ne emerge così il ritratto di una società in cui il desiderio appare sempre più rarefatto, quasi in una fase di raffreddamento progressivo.

Questi dati non descrivono semplicemente un cambiamento nei comportamenti, ma sembrano indicare uno spostamento più profondo: una progressiva perdita di centralità del corpo e della relazione, che si accompagna, paradossalmente, a un bisogno crescente di controllo e stabilità. In questo senso, la cosiddetta recessione sessuale non è solo una questione privata, ma si intreccia con dinamiche culturali e politiche più ampie, restituendo l’immagine di un presente in cui il desiderio fatica a trovare spazio.


Questo scenario restituisce l’immagine di una società sospesa tra disorientamento e adattamento, capace da un lato di percepire la crisi, dall’altro di continuare a cercare forme di compensazione: mentre le strutture sociali ed economiche si irrigidiscono, il desiderio non scompare del tutto, ma viene spostato, trasformato, talvolta anestetizzato.

Il mondo rappresentato sulla scena è dunque uno spazio in cui il desiderio si contrae fino quasi a dissolversi, mentre il lavoro assorbe sempre più energia. Fare carriera diventa una necessità interiorizzata, una forma di adesione spontanea a un sistema che finisce per essere percepito come naturale, anche quando è oppressivo.

La genesi dello spettacolo, collocata negli anni successivi alla pandemia, risente profondamente dei cambiamenti che hanno investito il rapporto tra corpo e tecnologia. La diffusione del lavoro a distanza, la centralità degli schermi e la possibilità di essere costantemente connessi hanno prodotto una presenza frammentata, sempre più distante da una dimensione fisica e concreta. In questo contesto, il corpo appare quasi come un ostacolo da gestire, piuttosto che come un luogo di esperienza.


La scrittura di Niccolò Fettarappa restituisce tutto questo attraverso un linguaggio che alterna registri diversi, mescolando satira, grottesco e surreale. Le situazioni portate in scena, pur nella loro esasperazione, risultano riconoscibili proprio perché radicate nel presente.

Il riferimento alle teorie di Wilhelm Reich e Herbert Marcuse aiuta a leggere questa trasformazione in chiave più ampia: la repressione del desiderio e la sua canalizzazione nel lavoro sono parte di un sistema che ridefinisce le modalità di esistenza.
L’orgasmo, in questa prospettiva, perde la sua dimensione corporea per diventare un simbolo: il corrispettivo del successo sociale. Tuttavia, si tratta di un piacere momentaneo, che non produce reale soddisfazione e che anzi alimenta la necessità di ripetere continuamente il ciclo della prestazione.

Ne emerge la figura di un individuo isolato, ripiegato su se stesso, incapace di stabilire relazioni autentiche. Anche l’amore si trasforma, assumendo i tratti di un investimento calcolato, regolato da logiche di efficienza più che di abbandono.

Attraverso un’ironia che spesso sfocia nell’inquietudine, lo spettacolo restituisce l’immagine di una società che ha sacrificato il desiderio in nome della produttività. E così si ride di fronte a un’amara verità nella quale stiamo affondando sempre di più.


È ancora possibile recuperare un rapporto autentico con il corpo, con il desiderio e con l’altro?



Londandina
Orgasmo
Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso

24 - 29 marzo 2026
Teatro Studio Melato

di Niccolò Fettarappa
con (in ordine alfabetico) Gianni D’Addario, Niccolò Fettarappa, Lorenzo Guerrieri, Rebecca Sisti
regia Niccolò Fettarappa
disegno luci Tiziano Ruggia
costumi Elena Dal Pozzo
sound design Massimo Nardinocchi
aiuto regia Lorenzo Guerrieri
assistente alla regia Roberta Gabriele
scene costruite nel Laboratorio di Scenotecnica di ERT
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Agidi, Sardegna Teatro

Testo finalista al premio Pier Vittorio Tondelli / Riccione Teatro 2023



[A cura di Margot Océane]
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