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Lebensraum
Lo spazio vitale
   01 Mag 2026   |     Redazione   |     Davide Cannone   |     permalink   |      commenti
Questa volta ho scelto di andare a teatro senza farmi alcuna aspettativa, con l’obiettivo di lasciarmi travolgere dallo spettacolo che mi si sarebbe presentato davanti. Non avrei mai potuto immaginare quel che ne sarebbe seguito. Una casa, due uomini - potrebbero essere amici, compagni, fratelli o semplici coinquilini - e un duetto rock vestito come la carta da parati dietro di sé. Così si è aperto Lebensraum, lo spettacolo di Jakop Ahlbom in tour al Teatro Menotti dal 28 aprile al 1 maggio 2026.

Devo ammetterlo, all’inizio mi è sembrato un’opera che non avrei mai potuto scegliere consapevolmente. Ho capito subito che sarebbe stato uno spettacolo muto - di sicuro non il mio linguaggio teatrale preferito - e per di più aveva tutta l’aria di essere comico fino al midollo. Non sapevo che di lì a poco sarei stato travolto dalla più originale pièce della slapstick comedy degli ultimi anni.

A dirla tutta il senso di estraniamento è durato meno di cinque minuti. Subito mi ha colpito l’immenso lavoro di regia di una semplice tavola apparecchiata: posate, condimenti, bevande, pane, tutto si trovava connesso da un impressionante groviglio di fili e contrappesi, sospesi al di sopra dei due commensali, come un’enorme matassa meccanica. E gli attori ci interagivano con una precisione millimetrica. Bottiglie lanciate e prese al volo; meccanismi che, se attivati da uno, rischiavano di tranciare la testa dell’altro; passaggi di mano e di scena concertati a pennello. Raccontare a parole un simile sincronismo lo svilisce profondamente. Ma il punto è che in ogni scena dello spettacolo, un concerto di azioni così ben coordinato ha il potere di tenerti ipnotizzato… e contemporaneamente angosciato dal pensiero “e se stavolta qualcosa andasse storto?

In un mondo in cui anche una semplice cena può rivelarsi un disastro, è del tutto condivisibile che i due coinquilini decidano di crearsi una compagna a propria immagine. Da pezzi di ricambio, vecchi ricami e giunture di legno recuperate dal loro mestiere - forse sarti? oppure falegnami? - creano una bambola dalle sembianze incredibilmente realistiche. Però, come si sa, a volte l’opera supera le intenzioni dell’artista e, proprio come Pinocchio ma senza fata Turchina, la burattina prende vita. Lei - ormai una persona vera e propria - si muove ed esplora il mondo-casa con una delicata melodia di sottofondo. All’inizio, un po’ come i bambini veri, si nasconde dai suoi creatori a metà tra la paura di essere scoperta viva e la leggerezza di una bimba che vuole prendersi gioco degli adulti. Poi, quando vince l’evidenza, scoppia il delirio.

La scena centrale è sicuramente la più entusiasmante: un caccia e fuga continuo, porte segrete, passaggi nascosti, voli a mezz’aria, salti mortali degni di una danza moderna e gag insuperabili di lotta tra chi riuscirà ad accaparrarsi la bella fanciulla. Lo spettacolo, in ogni singolo frammento di scena, è una sfida ai limiti della coordinazione e della bravura degli attori.

Eppure, nonostante la leggerezza della trama, è impossibile non accorgersi dei profondi temi che accompagnano la pièce. I due uomini, la cui tavola è organizzata fin nel più piccolo dei dettagli, sono artigiani che creano con le proprie mani una routine scandita nei minimi particolari. Con la loro arte, creano una trappola, l’ordine più becero che esista, cioè quello che non lascia più scampo di immaginazione. La burattina è la loro unica libertà in un mondo preciso al millimetro: ne sono ossessionati. Lei invece non è altro che una bambina, un essere polimorfo come direbbe Freud. Ogni oggetto e ogni strumento per lei non ha un unico significato: i cuscini diventano armi, le sedie ascensori, gli armadi possono essere divelti; tutto può essere arbitrario e quindi il mondo che rendeva schiavi i due compagni perde il suo unico significato. La bimba, creatrice di valori, diventa il loro senso, il loro desiderio. In una delle ultime scene, in cui tutti - persino i musicisti - si travestono a sua immagine: lei è ormai dio e loro i suoi sacerdoti.

L’ultima scena lascia spazio all’enigma. La bambola ha cessato di muoversi, forse per sempre. Forse la magia che l’aveva portata in vita è terminata? Forse sta solo fingendo di essere di nuovo una semplice bambola? O forse tutte le scene precedenti erano il sogno di due menti anelanti la vita? Non penso lo sapremo mai. Però, in extremis, la vediamo spegnere una candela.

Lebensraum mi ha lasciato esterrefatto. Allo stesso tempo mi ha fatto ridere, angosciare e riflettere come pochi spettacoli da un po’ di tempo a questa parte. Gli attori, impareggiabili, mi hanno tenuto col fiato sospeso dalla prima all’ultima scena. I musicisti, veri attori oltre che menestrelli, hanno creato atmosfere sognanti, aiutati dalle meravigliose composizioni della band neerlandese Alamo Race Track. Gli oggetti di scena mi hanno sorpreso per il loro numero immenso e per gli innumerevoli utilizzi di cui sono stati capaci. Ringrazio il Teatro Menotti per avermi concesso una così imprevedibile sorpresa e spero che tutti i miei cari lettori possano avere la chance di vedere quest’opera fantasmagorica. Assurda come la vita perché… siamo tutti in scena :)
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