All’interno della stagione 2025/2026 del Piccolo Teatro di Milano, intitolata Complemento di relazione, il teatro viene interrogato a partire dalla sua capacità di rappresentare il mondo contemporaneo attraverso i legami che lo attraversano. La relazione diviene il punto di partenza per osservare la realtà: uno spazio instabile, fatto di tensioni, scarti, incomprensioni e tentativi di riconoscimento reciproco.
In questo contesto, Variazioni sul modello di Kraepelin di Davide Carnevali, in scena al Teatro Grassi dal 18 marzo al 3 aprile, occupa una posizione centrale, perché concentra l’indagine su un nucleo apparentemente minimo, la famiglia, per aprirlo a una riflessione più ampia sulla memoria, sull’identità e sulla possibilità stessa di raccontare il reale.
In scena Fabrizio Bentivoglio, Camilla Semino Favro e Simone Tangolo danno corpo a un continuo slittamento di senso, in cui la ricerca di una logica si rinnova costantemente, senza mai stabilizzarsi, attraversando la scena come un processo instabile e in trasformazione.
Se altri spettacoli della stagione attraversano la comunità nella sua dimensione geografica o sociale, qui il punto di osservazione si restringe alla relazione padre-figlio, per poi espandersi progressivamente. È proprio da questo nucleo che prende avvio una riflessione che dal piano individuale si estende a quello storico e collettivo, fino a toccare una memoria più ampia, che riguarda l’Europa e le sue stratificazioni dopo la Seconda guerra mondiale.
Il testo, scritto originariamente quasi vent’anni fa e oggi rielaborato, si nutre di questa tensione tra passato e presente, tra ricordo e ricostruzione. La memoria si presenta come processo fragile, continuamente riscritto. In questo senso, lo spettacolo mette in scena non tanto il ricordo, quanto la sua perdita e la sua trasformazione.
Al centro della scena si colloca una mente attraversata da una degenerazione cognitiva. Questo elemento non viene trattato in chiave naturalistica o clinica, ma diventa dispositivo drammaturgico: la realtà si deforma, le connessioni logiche si spezzano, il linguaggio smette di funzionare come strumento ordinatore. Ciò che accade non riguarda soltanto un individuo, ma investe il modo stesso in cui costruiamo il senso del mondo.
La degenerazione cognitiva agisce come una lente che trasfigura tutto ciò che la circonda: le parole si svuotano, si ripetono, si trasformano; i significati slittano, la logica si incrina. Il tentativo di ancorarsi a una struttura razionale si disperde in traiettorie imprevedibili. La realtà, così, si apre a una dimensione altra, in cui una cosa resta se stessa e, allo stesso tempo, diventa qualcos’altro.
In questo processo, il teatro si interroga su una questione fondamentale: quale struttura sostiene il reale? E cosa accade quando questa struttura viene meno?
Esperienze di vita come la malattia, l’amore, la morte mettono in crisi ogni possibilità di spiegazione lineare. Il linguaggio si rivela insufficiente, incapace di contenere la complessità dell’esperienza. È in questa insufficienza che il teatro trova il suo spazio: un luogo dell’attraversamento.
La drammaturgia di Davide Carnevali si costruisce allora per variazioni, come suggerisce il titolo. Le situazioni ritornano, si modificano, si deformano, generando un continuo slittamento di senso. Il pubblico attraversa una struttura instabile, in cui le aspettative vengono costantemente disattese. Ciò che inizialmente appare familiare, uno spazio domestico, relazioni riconoscibili, si incrina progressivamente, fino a perdere i propri riferimenti: dall’immagine alla parola, dal suono al colore, dalla relazione al tempo.
All’interno di questo spazio si muovono figure che non coincidono mai pienamente con se stesse. Accanto al padre e al figlio emerge una presenza enigmatica, capace di attraversare identità diverse e di ridefinire continuamente il proprio ruolo. Anche lo sguardo si sposta, si disloca, si ricompone: il punto di vista si fa mobile, il tempo si frammenta, la percezione si moltiplica.
La memoria, in questo contesto, assume un valore simbolico: diventa metafora di un processo degenerativo più ampio, che riguarda non solo l’individuo ma anche la storia. La narrazione storica appare come (ri)costruzione: ciò che viene ricordato e ciò che viene dimenticato rispondono a logiche che sfuggono all’oggettività.
La guerra è una presenza costante che attraversa lo spettacolo, stratificata, mai definitivamente conclusa. Si insinua nei racconti, nelle immagini, nelle parole, come traccia di una memoria che continua a riemergere. La tregua appare come momento fragile, temporaneo, mentre la violenza lascia segni che persistono nel tempo.
In questo senso, parlare del passato significa inevitabilmente parlare del presente. Le dinamiche della memoria, della rimozione, della costruzione narrativa si ripropongono, si trasformano, si rinnovano.
Lo spettacolo, così come l’utilizzo di una malattia degenerativa quale il morbo dell’Alzheimer suggerisce, invita chi guarda ad abbandonarsi a questa instabilità, perdendo continuamente il controllo. Il disorientamento diviene condizione necessaria alla fruizione della storia, portando il pubblico a oscillare tra comprensione e smarrimento, tra riconoscimento e perdita.
Da questo spazio di crisi del linguaggio emerge la poesia: una forma di resistenza rispetto a una struttura rigida e definita, un tentativo di dire ciò che sfugge alla definizione. Il linguaggio del teatro, con questa messa in scena, rende possibile attraversare simultaneamente il senso e il suo venir meno.
Variazioni sul modello di Kraepelin costruisce un’esperienza in cui tutto appare insieme possibile e impossibile: la realtà si espande, si moltiplica e si contraddice. Il gioco diventa elemento fondamentale: un gioco serio, che apre lo sguardo e mette in discussione ogni certezza.
Alla fine, ciò che resta non è una diagnosi, né una spiegazione. Resta una condizione condivisa, che riguarda tutti noi: la vita.
Una vita attraversata da fragilità, da perdite, da tentativi di ricostruzione.
Una vita in cui ciascuno, in forme diverse, sperimenta uno scarto, una mancanza, una trasformazione.
Cosa significa riconoscere qualcosa quando la memoria si trasforma continuamente?
Cosa resta di noi quando il linguaggio si incrina?
Quanto della nostra identità si costruisce proprio in questa perdita?
La Locandina
Variazioni sul modello di Kraepelin
PRIMA ASSOLUTA
testo e regia Davide Carnevali
scene Paolo Di Benedetto
costumi Gianluca Sbicca
luci Manuel Frenda
suono e musiche Gianluca Misiti
video Riccardo Frati
interpreti Fabrizio Bentivoglio, Camilla Semino Favro, Simone Tangolo
regista assistente Virginia Landi
assistente costumista Marta Solari
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Durante lo spettacolo sono utilizzati effetti sonori intensi e luci stroboscopiche. Gli animali presenti sono elementi scenografici.
Le recite del 21, 22, 28 e 29 marzo sono sovratitolate in inglese e in italiano. I sovratitoli non sono visibili dalle file 3 (nei posti dall’1 al 24), 4 (nei posti dallo 0 al 25), 15 (nei posti 2, 3, 18 e 19), 16, 17, 18 e 19 (nei posti dal 2 al 19) di platea.
Incontri e approfondimenti
20 marzo 2026
La memoria d’Europa
Chiostro Nina Vinchi
21 marzo 2026
La memoria indisponibile
Museo Diocesano
27 marzo 2026
Non sono immaginario
Teatro Grassi
28 marzo 2026
Riscrivere la scena
Teatro Grassi – Sala lettura
[A cura di Margot Océane]
Variazioni sul modello di Kraepelin
Cosa accade quando non sappiamo più raccontare ciò che siamo e ciò che siamo stati?