IN RIPRODUZIONE

DA WEBCAM

ASCOLTACI!

LICENZA SIAE 202200000075 | LICENZA SCF 937/14 | C.F. 97703440152

© 2008-2026 POLI.RADIO | TUTTI I DIRITTI RISERVATI | Iniziativa realizzata con il contributo del POLITECNICO DI MILANO

Nascondi dock Mostra dock

Very Long Song Artist

Very Long Song Title

Oltre i muri
Il coro delle alienate e la memoria che attraversa il tempo
   12 Mar 2026   |     Redazione   |     Margot Boccia   |     permalink   |      commenti
All’origine di Oltre i muri vi è l’urgenza di liberarsi di qualcosa che ostruisce il respiro.
Un impulso viscerale, che appartiene a una donna di ieri e di oggi, che non accetta più di rimanere intrappolata nello stesso destino anche domani. Da questo gesto fisico brusco, quasi violento, nasce lo spettacolo diretto da Amalia Stagnaro e realizzato dalla compagnia CHĀNDRAMA, formata da Astro Ceci Andreis, Michelangela Battistella, Giulia Donini, Rachele Ferraro, Alice Franceschini, Valentina Sandri, Penelope Zaccarini, Agnese Zorzi.

La pièce è ambientata in un ospedale psichiatrico dei primi del secolo scorso, uno di quei luoghi ambigui sospesi tra istituzione sanitaria e spazio punitivo. Qui venivano rinchiuse donne considerate scomode, per il fuori: ribelli, vittime di violenza, prostitute, innamorate di altre donne o semplicemente incapaci di conformarsi alle aspettative sociali. La diagnosi di isteria diventava spesso il pretesto per legittimare l’internamento, trasformando una costruzione culturale in presunta malattia.

Fin dalle prime scene emerge chiaramente come il manicomio non sia soltanto un luogo di cura, ma soprattutto un dispositivo sociale. Nel corso dei secoli, al suo interno sono confluite figure diverse: mendicanti, donne ritenute moralmente deviate, persone giudicate pericolose o semplicemente difficili da controllare. Il risultato è uno spazio di confinamento dove finiscono coloro che la società preferisce non vedere.


Lo spettacolo si costruisce come un racconto corale. Sul palco si muove un gruppo di internate che condividono lo stesso spazio chiuso e un tempo che sembra essersi fermato. Le giornate scorrono tra rituali ripetitivi, controlli e sorveglianza, mentre il mondo esterno rimane lontano, quasi irraggiungibile.

In questo tempo sospeso le donne cercano di resistere attraverso la memoria e l’immaginazione. Raccontano episodi della propria vita, evocano luoghi perduti, ricordano momenti di libertà ormai lontani. I loro racconti compongono una costellazione di storie segnate dalla violenza e dall’ingiustizia: relazioni proibite, matrimoni imposti, aggressioni domestiche, abusi coperti dal silenzio familiare.

Il manicomio appare così come l’ultimo anello di una catena di controllo che inizia ben prima delle mura dell’ospedale.

Il nucleo narrativo ruota attorno all’incontro tra Aurora ed Elisabeth: la prima è una giovane internata perché sostiene di avere capacità percettive fuori dall’ordinario, la seconda è l’infermiera responsabile del reparto.

L’incontro con Aurora riporta alla superficie domande e ricordi che Elisabeth aveva cercato di seppellire, e poco a poco diventa impossibile ignorare la violenza sistemica che attraversa l’istituzione e il ruolo che lei stessa, consapevolmente o meno, contribuisce a mantenere.


Accanto a questa linea narrativa principale, lo spettacolo costruisce un mosaico di storie individuali: ogni donna porta con sé un frammento di esperienza che illumina una diversa forma di oppressione.

C’è chi racconta un amore vissuto di nascosto e punito con la reclusione, chi ricorda la violenza di un marito geloso, chi è stata accusata di provocazione dopo aver subito una molestia. Una giovane ballerina, vittima di un ricatto e di ripetuti abusi, vede il proprio futuro trasformarsi improvvisamente in una diagnosi medica e in una cartella clinica.

In queste storie si riconosce un meccanismo ricorrente: la responsabilità della violenza viene spesso spostata sulle vittime, mentre la società preferisce classificare come follia ciò che in realtà è ribellione o desiderio di libertà.


Quando la realtà diventa insopportabile, le internate si rifugiano nella dimensione del sogno.
La scena si apre allora a immagini poetiche: paesaggi innevati, montagne silenziose, corpi che danzano liberi nello spazio aperto. La fuga immaginata non è soltanto un’illusione, ma una forma di resistenza simbolica. Nel sogno, le donne recuperano desideri elementari che la reclusione ha reso impossibili: camminare all’aria aperta, ascoltare il canto degli uccelli, gustare un cibo semplice, sentire il contatto della terra sotto i piedi, ritrovare la voce per parlare.

Queste visioni restituiscono la dimensione più profonda dello spettacolo: il sogno diventa il luogo in cui si conserva la memoria di ciò che potrebbe essere diverso.


La circolarità del tempo: le storie delle internate non appaiono come episodi isolati di un passato remoto, ma come manifestazioni di un sistema che continua a riprodursi sotto forme diverse.

Nel susseguirsi delle scene emergono richiami impliciti a conflitti, violenze e ingiustizie che attraversano anche il presente: guerre che lasciano dietro di sé corpi e infanzie spezzate, bambini costretti a crescere troppo in fretta, società che continuano a classificare e respingere chi non rientra nei loro schemi.

Il manicomio diventa così una metafora di ogni spazio di esclusione. Le mura dell’ospedale rappresentano tutte le barriere invisibili che separano ciò che è considerato normale da ciò che viene definito deviante.


Dal punto di vista teatrale, Oltre i muri si sviluppa attraverso un linguaggio che unisce prosa, movimento, canto e danza. Il lavoro sul corpo è centrale: le attrici costruiscono sequenze fisiche che trasformano lo spazio scenico in un organismo collettivo, dove ogni gesto contribuisce alla narrazione.

Le luci e la musica accompagnano questo movimento continuo tra realtà e dimensione onirica, tra la durezza dei corridoi ospedalieri e le aperture immaginative del sogno.


All’interno della messa in scena, le storie delle "alienate" escono dalla prigione della storia e si trasformano in un coro che attraversa il tempo, e che si fanno ascoltare, implodendo ed esplodendo con corpo e voce.

Ridare parola a chi è statə silenziatə e immaginare, almeno nello spazio della scena, la possibilità che quei muri possano finalmente crollare: è questo il gesto che Oltre i muri compie, tanto attraverso le sue protagoniste quanto attraverso il lavoro collettivo dell’intera compagnia.

Lo spettacolo porta in scena la condizione delle donne internate nei manicomi tra Ottocento e Novecento e, allo stesso tempo, interroga le forme contemporanee di esclusione e controllo. Ne emerge il ritratto di un sistema patriarcale dominante che continua a produrre norme e categorie capaci di trasformare la libertà in devianza, riducendo a follia ciò che semplicemente non si conforma a un’idea di normalità imposta.

Oltre i muri attraversa così il passato per parlare con urgenza al presente. La rabbia che percorre la scena convive con il desiderio di trasformazione, con la necessità di immaginare un cambiamento reale di una realtà che appare sempre più intollerabile. In un mondo segnato dal riarmo, dalla violenza patriarcale e da conflitti che continuano a colpire corpi e vite, in particolare quelli delle donne e di chi dissente, lo spettacolo ricorda che ogni sistema di oppressione si regge sul silenzio.

E proprio contro quel silenzio si leva il coro delle alienate: un coro che attraversa il tempo e che, almeno per la durata della scena, apre la possibilità di un’altra storia.





Locandina: Alice Franceschini
Diretto da: Amalia Stagnaro
Con: Astro Ceci Andreis, Michelangela Battistella, Giulia Donini, Rachele Ferraro, Alice Franceschini, Valentina Sandri, Penelope Zaccarini, Agnese Zorzi.
Disegno luci: Amalia Stagnaro
Tecnici: Fabio Trerè, Davide De Luca



[A cura di Margot Océane]
atelierdelteatroedelleart, chandrama, milanoteatro, oltreimuri