La sala è immersa in una luce caliginosa. L’accesso è dalla sommità, in penombra, come a far trapelare un mistero che deve esserci ancora mostrato. Ciascuno di noi ha in mente soltanto le parole scritte sulla locandina: meccanica quantistica, multiverso, interpretazione a molti mondi. Parole che ai più sono oscure, per molti hanno un ché di magico. Dalla nostra posizione, gli occhi sono irrimediabilmente attratti verso il basso. Gli spalti declinano sui due lati della sala, ma al posto del palcoscenico c’è - per quanto riusciamo a vedere - solo un quadrato blu. Il profumo di legno, la nebbia illuminata da una soffice luce, qualcuno manifesta il pensiero di tutti: “Sembra di essere alle terme”. Il mistero s’infittisce mentre scendiamo le scale. Davanti a noi, gli spalti ancora vuoti dall’altra parte della sala. Sotto di noi, il riflesso di quella stessa grandinata e del soffitto blu notte. In quelle condizioni, il palcoscenico sembra quasi il luogo di un rituale, una danza su uno specchio d’acqua. Solo la vicinanza ci lascia scoprire che quella vasca non è altro che una pedana. Ma ormai i nostri sensi sono proiettati verso la ricerca dell’Oltre.
L’inizio dello spettacolo non rompe la magia che ci aveva avvolto, la umanizza, la rende concreta. Davanti a noi solo un uomo e una donna. Lei esordisce con una frase bizzarra nel tentativo - un po’ goffo, un po’ spontaneo - di attaccare bottone. D’improvviso le luci si spengono. Di nuovo la donna e l’uomo, ma stavolta la scena prende una piega diversa. Di nuovo il buio, di nuovo la luce. Anche i più profani della fisica l’hanno capito: ogni scena è un evento possibile, un altro mondo di accadimenti, un altro universo di emozioni.
Lei, Elena (Elena Lietti), cosmologa, esuberante e controllata, come una bomba pronta ad esplodere. Lui Pietro (Pietro Micci), un apicoltore, romantico e ansioso. Costellazioni non è la loro storia, è l’insieme di tutte le possibili storie che sarebbero potute accadere da quello stravagante primo incontro. Il cambiamento di una parola, un’esitazione di troppo, un’emozione espressa diversamente cambiano completamente le storie dei personaggi. È la stessa Elena a spiegarlo: le leggi della meccanica quantistica prevedono che tutte le cose possono accadere, con probabilità diverse; basta una piccola variazione e l’equilibrio, spezzatosi, si reinstaura in un modo del tutto differente. Un singolo dettaglio può stravolgere la scena, o l’intera storia, cambiandone irrimediabilmente il finale. Come nelle improvvisazioni in accademia, la luce si spegne quando i personaggi risolvono (o abbandonano) il conflitto. È come se la pausa di buio dicesse: “Cambio!” I personaggi ripartono, ma con una nuova idea, con la naturalezza di chi la scena la vive e non la recita, come se stessero lavorando in ascolto e non da copione. Se i due attori avessero invertito due scene, sarebbe stato impossibile capirlo. Una chimica coinvolgente e un ritmo serratissimo, che porta due caratteri complessi e sfaccettati a dialogare, in un divenire caotico che, tuttavia, non è mai semplice azione, ma interazione.
Mentre i futuri possibili si avvicendano, Elena e Pietro sembrano ereditare alcune caratteristiche dalle scene precedenti. S’identificano alcuni aspetti del loro rapporto (a volte distaccato, altre appassionato e quasi fanciullesco, altre ancora morboso e impari) che si riconoscono da scena a scena, come se ci fossero quattro o cinque fili conduttori a unire tra loro gli eventi di un universo. Però, guardando più da vicino, questi futuri non sono compartimenti stagni, anzi, si mescolano in modo imprevedibile. Un rapporto ancora formale può trovare la scintilla che lo accende, un legame di fiducia e passione può troncarsi in un solo scambio di battute. Non ci sono archetipi o macchiette: in ogni scena, come nella vita reale, ciascuna variazione porta con sé un mondo di nuovi sviluppi.
In questo multiverso in cui ciascuna scelta determina il futuro, sembra che il libero arbitrio sia perfetto. Ogni decisione scarta tutti gli universi tranne uno, siamo padroni della nostra vita. E invece no. È come se tutte le scene, indipendentemente dal percorso, portino tutte a un punto centrale - i fisici direbbero una singolarità - che nel suo essere canonico, tragico, ineluttabile, elimina qualsiasi reale effetto alle nostre scelte. “Che senso ha esistere, allora, se tutti i futuri possibili sono già scritti?” chiede Pietro a Elena. Forse da Costellazioni emerge più di tutto che non importa cosa sarebbe accaduto se avessimo scelto diversamente. Quel che conta è dove le nostre innumerevoli decisioni ci hanno condotto.
Costellazioni, dalla penna di Nick Payne, è un’opera attuale e innovativa. Semplice nella sua trama, sperimentale nella sua tecnica narrativa anche dopo quattordici anni dal suo debutto. Per la terza volta, è al Teatro Franco Parenti con la regia di Raphael Tobia Vogel, con il quale ho avuto il piacere di dialogare al termine dello spettacolo. Interpretato da Pietro Micci ed Elena Lietti (che ringrazio per aver risposto alle mie estenuanti domande a fine spettacolo), rimarrà nell’affascinante sala a2a fino al 2 aprile. Personalmente me la sono proprio goduta e sono sicuro che Costellazioni abbia date emozioni da regalare a ciascuno di voi. Buona visione a tutti i miei simpatici lettori e ricordate… siamo tutti in scena :)
Costellazioni
dalla penna di Nick Payne