5–6 febbraio 2026 / Welcome to ITACA
di Eliana Rotella
regia Claudio Autelli
Lo spettacolo è parte di WELCOME TO ITACA, la sezione del Teatro Fontana dedicata alle terre di confine, alle voci non allineate e ribelli.
Sinossi
In un futuro non troppo lontano, ogni informazione appartiene allo Stato. Conservare dati non condivisi è un crimine. In scena, due persone sono rinchiuse in uno spazio claustrofobico: custodiscono una Biografia eversiva, un documento proibito, intimo e pericoloso. Il tempo corre, le opinioni si scontrano, la fuga è impossibile.
Quando la tensione raggiunge il culmine, l’atteso irrompere della polizia lascia il posto a qualcosa di inatteso: la quarta parete si infrange. I protagonisti si rivolgono direttamente al pubblico, trasformando la scena in uno spazio vivo e aperto, dove la parola torna a essere gesto, presenza, corpo politico. Il privato si fa politico, e la narrazione diventa un atto condiviso.
DATA è un’indagine lucida e potente sul potere dei dati, sulla vulnerabilità dei corpi e sull’urgenza di restituire senso e forza collettiva al racconto. Una riflessione radicale sulla sorveglianza, sulla libertà e sulla possibilità di resistere insieme.
Intervista al regista Claudio Autelli
Per chi nasce DATA e perché farlo oggi?
DATA nasce da un dato molto concreto: la vittoria del bando SIAE dedicato allo sviluppo della drammaturgia under 35. Da lì, insieme a Eliana Rotella e a LAB121, si è aperto un percorso di ricerca che affonda le radici in letture antropologiche e filosofiche, da Yuval Noah Harari agli studi sui futuri distopici, che interrogano il rapporto tra tecnologia e umanità.
Eliana sentiva la necessità di lavorare sul tema dei dati, il vero “petrolio” del presente, soprattutto in relazione alle generazioni più giovani. Il punto di partenza è stato il senso di frammentazione dell’identità: personalità che si moltiplicano tra profili digitali, difficoltà a ritrovare un senso comune, una comunità. Da qui nasce una drammaturgia che esplora la possibilità di spostare i corpi attraverso le parole e che, nel finale, evoca un ritorno alla partecipazione attiva alla vita collettiva.
A chi parla lo spettacolo?
L’ambizione è sempre quella di parlare a più generazioni, ma è evidente che DATA risuona in modo particolare con la Generazione Z. Nelle prime repliche, tra il Teatro delle Maddoline di Padova, in una chiesa sconsacrata e il Teatro Fontana, che ci ha accolti in residenza, abbiamo riscontrato una forte adesione degli under 30, mentre per gli over 60 l’accesso è risultato più faticoso. Allo stesso tempo, il privilegio di questo spettacolo è proprio quello di offrire uno spazio di confronto anche a chi non ha vissuto direttamente l’avvento del digitale come appendice costante della propria identità.
È possibile oggi discernere dalla propria biografia?
La domanda forse è: dovremmo davvero farlo? È pensabile un’identità che non passi attraverso la propria biografia?
In realtà lo spettacolo difende le biografie. Il concetto di bio è la possibilità di raccontarsi, di emergere, di affidare la propria storia a qualcun altro. Una biografia si salva sempre grazie a un altro corpo che l’ascolta; in questo senso, l’autrice sente l’onere e la responsabilità di raccontare le biografie altrui.
Il finale dello spettacolo, costruito come un manifesto di brevi racconti, è un vero e proprio crogiolo di biografie ritrovate, inventate, ricostruite: un inno alla narrazione profonda, messa in competizione con la superficialità delle micro-biografie iper-esposte sui social. DATA invita a riscoprire il racconto come atto politico, capace di bypassare l’iperinformazione frammentata delle piattaforme.
La Biografia eversiva custodita dai personaggi è resistenza o illusione di controllo?
È entrambe le cose: in quel futuro, l’eversività nasce dal semplice fatto di non condividere i propri dati. Oggi, di fatto, regaliamo frammenti della nostra identità alle grandi major della comunicazione.
La biografia eversiva è una provocazione letteraria: immaginare un archivio di storie non condivise in rete, ma protette e restituite ai corpi vivi, nello spazio teatrale. Una sorta di rituale contemporaneo che tenta di rifondare un sentimento di comunità, di alleanza.
Disconnettersi è un gesto politico o una nuova invisibilità?
Non esiste una risposta univoca. Dipende dall’età, dalla sensibilità, dal modo in cui si abita il mondo. Personalmente ho un rapporto quasi professionale con i social e riesco a difendere felicemente la mia identità analogica.
È interessante osservare come, storicamente, in Europa si stia iniziando a ripensare il rapporto con i social: Spagna, Francia, Italia stanno introducendo limiti e regolamentazioni, soprattutto per i minori, anche grazie al Digital Act. La legislazione arriva sempre in ritardo, ma questo tentativo di colmare il gap è fondamentale.
La vera risposta, però, è offrire alternative: non costrizioni, ma possibilità reali. In questo senso, il teatro torna ad avere un ruolo centrale come spazio condiviso, concreto, insostituibile.
Che ruolo ha oggi la parola?
La parola, per fortuna, è resiliente. Non è cambiata lei: siamo cambiati noi. Dobbiamo allenarla, così come dobbiamo allenare il confronto, la lettura, l’approfondimento. Il tempo della lettura è un tempo ampio, quasi rivoluzionario, ed è proprio il tempo ad essersi ridotto.
Viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni che frammenta la percezione di noi stessi. DATA parla anche di questo rischio di smarrimento, di un nuovo “Grande Fratello” che passa dall’iperconnessione. Esercitare la parola significa allora tornare all’incontro dei corpi, al dialogo, alla costruzione di un senso di comunità che i social, spesso, sublimano e isolano.
La parola che interrompe il dialogo in scena: che cos’è?
È la parola dell’autrice. All’inizio la percepiamo solo come voce: un esercizio di scrittura che si inceppa, riparte, cede. La seconda parte dello spettacolo è la lettura in negativo della prima: il corpo dell’autrice si perde, si dissolve nel digitale.
Quella parola nasce come didascalia, come tentativo di descrivere il futuro, ma progressivamente si rompe e si corrompe: è il segno della crisi.
La ripetizione delle scene, tra déjà-vu e possibilità alternative?
Sono tentativi di scrittura. Interruzioni dell’autrice, come i reel che spezzano la concentrazione: tornare indietro, cambiare idea, immaginare sliding doors. È un gioco narrativo che racconta l’atto stesso dello scrivere oggi, e la fatica di mantenere una traiettoria continua.
Locandina
5–6 febbraio 2026 / WELCOME TO ITACA
regia Claudio Autelli
drammaturgia Eliana Rotella
con Salvatore Alfano, Maria Bacci Pasello, Anna Manella
scene e costumi Gregorio Zurla
disegno luci Omar Scala
musiche originali e progetto sonoro Gianluca Agostini
assistente alla regia Luca Gerili
montaggio video Alberto Sansone
responsabile tecnico Martino Minzoni
organizzazione Camilla Figini, Dalila Sena
ufficio stampa Cristina Pileggi
comunicazione Elisabetta Bocchino
produzione LAB121
con il sostegno del MiC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”, e di NEXT – Laboratorio delle Idee, Regione Lombardia
in residenza presso Teatro Fontana – Milano
ringraziamenti: Fabio Brusadin, Virginia Sutera
[A cura di Margot Océane]
DATA
nuova drammaturgia di Eliana Rotella