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Ritratto della giovane in fiamme: amore e pittura nel 1770
Il nuovo film totalmente al femminile scritto e diretto da Céline Sciamma arriva in Italia
   12 Dic 2019   |     Redazione   |     Valentina Ferreri   |     permalink   |      commenti
Ritratto della giovane in fiamme (Portrait de la jeune fille en feu), il quarto lungometraggio della regista francese Céline Sciamma, arriverà nelle sale italiane dal 19 dicembre grazie a LuckyRed, dopo aver ottenuto già un grande successo al Festival di Cannes 2019. Ha infatti vinto il premio per la miglior sceneggiatura a Cannes e agli European Film Awards 2019 ed anche la Queer Palm (premio cinematografico indipendente assegnato ai film a tematica LGBT nel corso del Festival di Cannes, fondato nel 2010 dal giornalista Franck Finance-Madureira).

La trama consiste nella storia di Marianne (interpretata da una fortissima Noémie Merlant) e di Héloise (una magnetica Adèle Hanael), due giovani donne che, con immensa libertà di spirito e coraggio (era pur sempre il XVIII secolo: il film è infatti ambientato precisamente nel 1770), si abbandonano ad un amore dolce, travolgente e, purtroppo, senza speranza. Marianne è una pittrice, e viene incaricata da una contessa (interpretata da Valeria Golino), di realizzare il ritratto di matrimonio della figlia Héloise, la quale da poco ha lasciato il convento.
Il promesso sposo di Héloise vive a Milano: è là che la ragazza sarà trasferita nel caso in cui il ritratto sarà di gradimento al ricco milanese. Héloise, però, è in collera con la madre: rifiuta il suo destino, vorrebbe essere libera di non andare in sposa a quell’uomo: l’unico modo che ha per sottrarsi a questa sorte obbligata è quella di rifiutarsi categoricamente di posare per il ritratto. Dunque Marianne – assoldata dalla contessa dopo il tentativo fallito di un precedente pittore – ha la missione di riuscire a dipingere il viso e le fattezze di Héloise in segreto: di giorno si finge la sua dama di compagnia e di sera tenta di ritrarla ricordandosi le espressioni del volto che ha osservato attentamente durante le uscite diurne. Le due trascorrono quindi molto tempo insieme negli ultimi giorni di libertà prima del fatidico sì di Héloise. Pian piano gli sguardi tra le due acquistano consapevolezza, e le ragazze instaurano un rapporto inizialmente verbale ed intellettuale, il quale poi pian piano cresce e matura in un forte sentimento. Marianne ed Héloise si innamorano, e vivono con passione bruciante e disperata (il destino di Héloise è già purtroppo scritto) questo sentimento puro e proibito.

Continua con successo, dunque, la ricerca della regista sul tema dell’identità sessuale.
La trama, però, intende indagare anche un altro aspetto, troppe volte ignorato, ossia la presenza – seppur esclusa dalle cronache e dai resoconti storici, ma testimoniata dalle collezioni di alcuni importanti musei – delle pittrici donne, anche nel XVIII secolo. Erano numerose e, grazie alla moda dei ritratti, avevano un certo successo. Tra le più famose si ricordano Artemisia Gentileschi, Angelica Kauffman e Elisabeth Vigée Le Brun. La Sciamma ha dovuto operare una difficile ricerca a proposito, in quanto le pittrici donne son state velate da una quasi totale invisibilità storica.

Per le riprese riguardanti la pittura, oltre ad utilizzare la gestualità ed i tempi reali dei pittori, la regista ha deciso di inventare il personaggio della pittrice (e non di basarla invece su una figura ispiratrice realmente vissuta), con il supporto di una sociologa dell’arte. I quadri realizzati per la pellicola son stati dipinti da Hélène Delmaire.

Di notevole fattura anche le ricostruzioni degli abiti storici, con un’attenta scelta del taglio e dei materiali, come ad esempio il peso dei tessuti, indice di elementi sociologici e di caratterizzazione del personaggio. Per esempio, la gonna che porta Marianne ha le tasche, elemento interessante non solo perché contribuisce a caratterizzarne il personaggio, ma anche perché a fine secolo le tasche per le donne sarebbero state proibite e sarebbero poi sparite.

Le scene son state girate sulla costa di un’isola sperduta nell’Atlantico in Bretagna: i paesaggi sono brulli, selvaggi, bellissimi e creano un dialogo con le protagoniste, contribuendo a formare il loro amore, svolgendo da vera e propria scenografia per la maggioranza dei loro momenti insieme. Gli interni, invece, sono quelli di un castello disabitato e non restaurato, dunque rimasto come congelato nel tempo.

In linea generale è stupefacente la luce, la fotografia, la composizione quasi pittorica, appunto, di certe scene, di cui alcune in camera fissa o con eleganti giochi di specchi fronte camera.

Céline Sciamma sostiene che la sfida vera della ricostruzione storica ha riguardato soprattutto la rappresentazione dei sentimenti: i desideri delle due ragazze esistevano, nonostante vivessero in un’epoca che li negava e li proibiva: ecco perché se ne riappropriano e li esprimono solo nei momenti di basso controllo sociale.

Il film intende inoltre sovvertire il canonico concetto di “musa”, dando vita ad una nuova prospettiva in cui chi guarda (chi fa il ritratto) è anche guardato (chi viene ritratto). Questo, sottolinea Sciamma, avviene anche tra lei e Adèle Haenel, quando lavorano insieme. (Le due sono state in passato anche legate sentimentalmente, ndr)

Questa è una love story al femminile basata sull’uguaglianza, che va al di là delle gerarchie e dei rapporti di classe, dice la regista. In questo senso si inserisce l’amicizia e la solidarietà verso la domestica, Sophie, che le ragazze aiutano ad abortire.

Ritratto di una giovane in fiamme è dunque un delizioso film sull’amore, o meglio, sull’innamorarsi e sul ricordo di una storia d’amore: si vede il lavoro della regia sul tema della rievocazione. Del ricordo della storia d’amore si fanno protagonisti vari elementi, tra i quali l’”Estate” di Vivaldi. A questo proposito, nel film la musica è praticamente inesistente, o meglio: è presente solo “Fugere non possum”, creata ad hoc, e l’opera di Vivaldi; il ritmo è creato quindi esclusivamente dagli sguardi, dai dialoghi e dalla regia.

Il film è unicamente al femminile, dal cast (gli uomini appaiono solo in due comparse, e sono figure piuttosto grette e zotiche, o di loro se ne avverte il peso autoritario, come nel caso del promesso sposo milanese) alla regia, alla prospettiva con cui ci viene mostrata la storia, una storia che per secoli è stata sempre e solo raccontata da e per gli uomini, come dimostrano le difficoltà incontrate dalla Scianna per reperire informazioni e materiali d’archivio sulle pittrici donne del ‘700.

In conclusione, meritatissimo sia il premio per la sceneggiatura (sono 120 minuti di “balsamo per gli occhi”) che quello per la Queer Palm. Interessante punto di vista alternativo sulla società e sull’arte francese ed europea di fine ‘700, storia d’amore bella e straziante, personaggi ben caratterizzati (forse si poteva rendere ancora più delineato quello interpretato dalla Golino) anche se, personalmente, credo avrei preferito ancora di più se si fosse trattato di una qualche storia realmente accaduta, fermo restando che, nonostante la narrazione storica canonica non le abbia fatte passare agli annali, storie di questo tipo sono altamente verosimili. Caldamente consigliata la visione se ci si vuole regalare due ore di delicatezza ed emozione.
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