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Siamo stati a TEDxMilano 2018
e abbiamo capito che uno all'anno non ci basta
   16 Ott 2018   |     Redazione   |     Michela Turri   |     permalink   |      commenti
Siamo giunti al termine della sesta edizione di TEDxMilano, che quest’anno è orbitata intorno al macrotema “Oltremisura”: ma cosa si intende con l’invito ad andare oltre le misure? Durante la scorsa domenica, 13 professionisti provenienti da diversi settori si sono susseguiti sul palco del Teatro Dal Verme raccontando la necessità di evolversi, ad ogni livello, senza smettere di interrogarsi e, come suggerisce il titolo, trovando parametri sempre nuovi e aggiornati di misurazione.

Prima di ripercorrere le varie tappe dell’evento, impossibile non soffermarsi sulla cornice in cui esso avveniva: l’organizzazione indipendente di questo TEDx, legato all’organizzazione no-profit globale TED. L’edizione milanese infatti si è riconfermata non solo di qualità dal punto di vista contenutistico, ma anche per l’accoglienza e la cura dei partecipanti: dalla colazione, al pranzo, fino all’aperitivo finale, ogni momento era personalizzato nei dettagli (come i biscotti a forma di X, quasi onnipresenti nelle stories di IG di chi era all’evento), e arricchito da gadget ed esperienze (come gli indimenticabili assaggi di cibi del futuro, finger food a base di insetti).

La decisione di trascorrere gran parte di una domenica a teatro, ad una conferenza, potrebbe sembrare non comune o diffusa. A smentire quest’impressione ci pensa innanzitutto il sold out con più di un mese d'anticipo sull'evento, e una lista d’attesa di persone che hanno sperato fino all’ultimo di poterne fare parte. Ma qual è la chiave del successo di TEDx? Andando oltre ai dati, oltre ai biglietti venduti, chi vive TEDx si affaccia ad una finestra: domenica 14, il Teatro Dal Verme si è fatto rifugio da una certa superficialità che contraddistingue spesso il quotidiano di ognuno. E all’interno di questo luogo sicuro: i relatori; che con i loro occhi hanno potuto far vedere al pubblico nuove prospettive.

Così, durante una giornata, è stata data la possibilità di camminare al fianco dei nomadi del deserto, guidati dall’antropologa Elena Dak, che ne ha fatto comprendere i ritmi. E a proposito di ritmo, tutti gli spettatori si sono ritrovati a muoversi al tempo della capoeira di Luca Malaspina, educatore e capoeirista, utilizzata come strumento educativo anche in Burkina Faso.

Domenica, a teatro, si sono percorse le stradine impervie che portano a Esino, insieme al sindaco volontario, Pietro Pensa. Sempre in viaggio, ma nel passato, con Mario Cucinella si è esplorato il mondo al tempo di Marco Polo, per riscoprire un’architettura che abbraccia la natura, rendendola soggetto attivo e fonte di risparmio nelle costruzioni.

Domenica si è parlato della forza delle donne in guerra, donne che grazie a giornaliste come Benedetta Argentieri non saranno dimenticate. Si è parlato della forza di chi sa rialzarsi dopo le cadute, portandone con fierezza le cicatrici, e non solo se n’è parlato, se n’è ballato, con la danza “Kintsugi” di Giovanna Belloni.

Domenica è stata finestra sul futuro, un futuro in realtà molto attuale, con Roberto Dillon che ha spiegato quanto i videogiochi coinvolgano tanti settori della vita di ognuno. E con Barbara Caputo, che ci ha permesso di vedere da vicino in cosa consiste lavorare con i robot.

Domenica è stato spunto per il presente, tante risposte alla domanda “Cosa possiamo fare, adesso?”, grazie alle ricerche di Andrea Bariselli e Stefano Laffi, grazie ai progressi medici raccontati da Michele Maio e alla nuova idea di azienda supportata da Eric Ezechieli.

Domenica è stata unione, un monito a ricordarci che tutto ci riguarda e ci coinvolge, anche se sembra distante, perché come ha fatto notare Grammenos Mastrojeni, chi disse “mors tua vita mea”, disse una sciocchezza.
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