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È difficile dire cosa porti dieci ragazzi in Erasmus a interrompere le avventure di tutti i giorni per recarsi a una mostra fotografica di cui non è noto nulla, se non il titolo. Forse la fomo, la paura di perdersi l’ennesimo evento. Forse il desiderio di appartenenza all’università ospitante, che ci ha segnalato la mostra via mail. Forse semplicemente la voglia di cercare uno stimolo un minimo culturale tra una festa e l’altra. O forse uno sprone più profondo, il desiderio di conoscere ed esplorare nuove idee, nuove prospettive su come funziona un mondo che spesso diamo per scontato di conoscere in tutte le sue pieghe.
Credo che sia un mix di queste sensazioni ad accompagnarci all’ingresso della mostra. Il titolo è Mababu, che in swahili significa antenate, un nome che già da solo rimanda alle radici di un popolo, a un’origine che potrebbe essere stata dimenticata. Mababu racconta la storia dello schiavismo delle donne congolesi, obbligate a lasciare le loro terre e il loro popolo durante la tratta atlantica.
La cosa? Bè sì, magari va fatta una rinfrescata su questo argomento. Torniamo indietro fino al 1492 - esatto, l’anno della scoperta dell’America. Negli anni successivi, in parte grazie allo stesso Cristoforo Colombo, in Europa iniziarono a essere importati beni che ora riteniamo essenziali: tabacco, cotone, zucchero di canna, caffè e cacao. Il problema era che le piantagioni erano immense e gli indigeni americani non potevano essere sfruttati e resi schiavi per via di una bolla papale. Perciò gli europei cercarono la soluzione in Africa. Dal 1500 fino all’abolizione della schiavitù, i mercanti occidentali vendevano prodotti americani in Europa; col ricavato compravano armi, tessuti e alcol in Africa, che barattavano con donne e uomini ridotti in schiavitù. Questi, dopo un viaggio di diversi mesi, venivano venduti alle colonie americane.
La tratta degli schiavi fu un atto disumano che coinvolse milioni di esseri umani e che produsse un fortissimo squilibrio politico e sociale nell’Africa sub-sahariana, specialmente nel golfo di Guinea. In Occidente si conosce pochissimo degli sconvolgimenti politici ed economici prodotti dai mercanti europei, e ancor meno delle condizioni della gente comune, forzata a compiere viaggi disumani o a vedere parte del proprio villaggio o della propria famiglia deportata verso luoghi da cui non sarebbero mai tornati (o a cui non sarebbero mai neppure arrivati). Va da sé che non conosciamo praticamente nulla della condizione delle donne che abitavano in quei Paesi. Pamela Tulizo, l’ideatrice di Mababu, racconta proprio questa storia, le vicende delle donne che furono rese schiave di un potere dispotico e patriarcale o che, pur restando nelle proprie terre d’origine, subirono la stessa colonizzazione sociale, economica e religiosa.
La mostra utilizza in ogni fotografia una composizione millimetrica e priva di essenzialità, come nel caso di Nyele, capelli. Una giovane donna viene rappresentata di spalle, seduta a gambe incrociate rivolta verso la parete di una casa modesta: un televisore, dei sacchi, una credenza e una macchina per cucire. I suoi capelli pervadono la scena, sfilando in trecce simili alla matassa di un gomitolo. I capelli rivestirono un ruolo importantissimo nella vita delle donne rapite e deportate. Da una parte le acconciature tradizionali erano utilizzate come strumenti di comunicazione per indicare pericoli, consigli e avvertimenti che non fossero comprensibili ai colonizzatori; dall’altra al loro interno erano spesso conservati semi di piante raccolte prima o durante il viaggio. I semi rappresentavano contemporaneamente un ancorarsi a una piccola certezza presente e la speranza di un futuro in cui questi semi sarebbero potuti essere piantati.
Qui emerge una delle caratteristiche fondamentali di Mababu, ovvero la donna non è mai rappresentata come vittima passiva dei suoi accadimenti, nell’ennesima pornografia della violenza. Tulizo al contrario racconta una storia di resilienza, in cui milioni di donne conservarono le proprie dignità e appartenenza a scapito di un sistema che voleva (e vuole) renderle vittime silenti e sottomesse. In Ubakaji, stupro, e Dini, religione, si rappresentano i due pilastri del dominio coloniale. L’ubakaji è rappresentato come un gruppo di uomini avvolti in teli (o sudari), la mano a impugnare la frusta, strumento di coercizione e potere fisico. La donna, avvolta di contone grezzo (simbolo di libertà intatta, più che di purezza), urla il proprio lamento con un’energia fisica e quasi udibile, che contrasta fieramente con l’anonima violenza che ne cerca la sopraffazione.
Dini invece utilizza un’iconografia analoga per la violenza: il cristianesimo imposto è senza viso, vestito del bianco dell’anonimato perché non cerca di fornire nessun senso o elevazione, ma soltanto la coercizione della fede e della psiche. Ma questo espediente, ancor più subdolo della violenza carnale, è contrastato con l’imposizione resiliente della donna al centro. Non vittima, non sacrificio: la giovane, vestita di abiti tradizionali, reca con sé la spiritualità della sua gente, pronta a resistere alla coercizione psicologica e al controllo dato dalla fede in un dio che si erge come marito, padrone e giudice.
Mababu è la storia mai raccontata di uno dei fenomeni più atroci che l’umanità abbia mai conosciuto. Tulizo lascia che siano le vittime a ri-creare la propria storia, dato che nessuna può essere una semplice vittima nel proprio racconto. Le donne raffigurate vivono la propria resistenza anche laddove soccombono, come in Mikono, le mani delle annegate che si agitano, arrancano e cercano la via di uscita dal proprio destino segnato. Tulizo ripercorre le sorti di queste donne e ne restituisce il valore. Usciti da questa mostra, credo che abbiamo provato tutti la consapevolezza di aver trasformato una storia che davamo per scontata in una realtà variopinta e multiforme in cui, per una volta, persino coloro che sono schiavi vengono riscattati nella propria forza.
La mostra, nata da una collaborazione con la VUB (Vrije Universiteit Brussel), sarà visibile per tutto il mese di ottobre a De Markten, al numero 5 di Oude Graanmarkt, Bruxelles. L’ingresso è gratuito, per cui se passate da queste parti dateci uno sguardo. Ricordatevi però di prenotare la visita sul sito https://events.vub.be/expo-mababu-van-pamela-tulizo. Non importa se non sapete nulla della storia della schiavitù (anche se dopo questo articolo magari qualcosina la saprete!), perché ciò che viene raccontato trascende le vicende storiche tout court e rivela una prospettiva sulla condizione in cui versa la donna del presente, facendo luce su un passato ormai lontano e reso eterno. Fosse anche solo per un fatto estetico: la fotografia è vivida, sgargiante e di una forza e vitalità sorprendenti. Anche questa volta immergervi non vi farà contemplatori, ma partecipi.
Siamo tutti in scena.
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Piecing together the history of women’s slavery in the Congo
It is hard to say what drives ten Erasmus students to pause their daily adventures and head to a photography exhibition about which nothing is known except the title. Perhaps it was FOMO, the fear of missing out on yet another event. Perhaps the desire to feel connected to our host university, which recommended the exhibition via email. Perhaps simply the urge to find a cultural stimulation between one party and the next. Or perhaps a deeper drive: the desire to learn and explore new ideas, fresh perspectives on how a world works that we so often take for granted as knowing inside and out.
I believe it was a blend of these feelings that accompanied us to the entrance of the exhibition. The title is Mababu, which in Swahili means "ancestors", a word that in itself evokes the roots of a people, an origin that might otherwise have been forgotten. Mababu tells the story of the enslavement of Congolese women, forced to leave their lands and their people during the transatlantic slave trade.
The what? Well, yes, maybe a quick refresher on the subject is in order. Let’s go back to 1492 - exactly, the year America was discovered. In the decades that followed, partly thanks to Christopher Columbus himself, Europe began importing commodities we now consider essentials: tobacco, cotton, cane sugar, coffee, and cocoa. The problem was that the plantations were vast, and Indigenous Americans could not be exploited and enslaved due to a papal bull. So, Europeans looked for a solution in Africa. From the 1500s until the abolition of slavery, Western merchants sold American goods in Europe; with the proceeds, they bought weapons, textiles, and alcohol in Africa, which they bartered for enslaved men and women. These captives, after a voyage lasting several months, were sold to the American colonies.
The slave trade was an inhumane act that engulfed millions of human beings and caused massive political and social instability across sub-Saharan Africa, especially in the Gulf of Guinea. In the West, very little is known about the political and economic upheavals brought about by European merchants, and even less about the conditions of ordinary people forced to endure barbaric journeys or to watch parts of their village and family deported to places from which they would never return (or at which they would never even arrive). It goes without saying that we know next to nothing about the condition of the women who lived in those countries. Pamela Tulizo, the creator of Mababu, tells precisely this story: the accounts of women who were enslaved by a despotic, patriarchal power or who, even while remaining in their homelands, underwent the very same social, economic, and religious colonization.
In every photograph, the exhibition employs a millimeter-precise, rich composition, as seen in Nyele (Hair). A young woman is shown from behind, sitting cross-legged facing the wall of a humble home: a television, some sacks, a sideboard, and a sewing machine. Her hair takes over the scene, cascading in braids like the skeins of a ball of yarn. Hair played a vital role in the lives of kidnapped and deported women. On the one hand, traditional hairstyles served as communication tools to signal dangers, advice, and warnings undecipherable to the colonizers; on the other, seeds gathered before or during the journey were often concealed within them. These seeds stood simultaneously as an anchor to a small certainty in the present and the hope of a future in which they might one day be planted.
Here lies one of the foundational themes of Mababu: women are never depicted as passive victims of circumstance, avoiding yet another display of violence-pornography. Tulizo, on the contrary, weaves a story of resilience, in which millions of women retained their dignity and sense of belonging despite a system designed—then and now—to render them silent and subdued victims. In Ubakaji (Rape) and Dini (Religion), the two pillars of colonial rule are laid bare. Ubakaji is depicted as a group of men draped in cloths (or shrouds), their hands brandishing a whip—the instrument of coercion and physical power. The woman, wrapped in raw cotton (a symbol of slavery and nature, rather than mere purity), screams her lament with a physical, almost audible intensity that fiercely defies the faceless violence seeking to overpower her.
Dini, meanwhile, adopts a parallel iconography for violence: the imposed Christianity is faceless, cloaked in the white of anonymity because it seeks neither to provide meaning nor spiritual elevation, but only the coercion of faith and the psyche. Yet this mechanism, even more insidious than carnal violence, is countered by the resilient presence of the woman at the center. Not a victim, not a sacrifice: the young woman, dressed in traditional garments, carries with her the spirituality of her people, ready to withstand psychological coercion and the control imposed by faith in a god who stands as husband, master, and judge.
Mababu is the untold story of one of the most horrific chapters humanity has ever known. Tulizo lets the victims recreate their own narrative, because no one is merely a victim in their own story. The women portrayed live out their resistance even as they succumb, as in Mikono, where the hands of drowning women thrash, scramble, and search for a way out of their sealed fate. Tulizo retraces these women’s destinies and restores their worth. Leaving the exhibition, I think we all felt the realization of having transformed a history taken for granted into a vibrant, multifaceted reality where, for once, even those who are enslaved are redeemed through their own strength.
The exhibition, created in collaboration with the VUB (Vrije Universiteit Brussel), will run throughout the month of October at De Markten, 5 Oude Graanmarkt, Brussels. Admission is free, so if you happen to be in the area, take a look. Remember, however, to book your visit on the website https://events.vub.be/expo-mababu-van-pamela-tulizo. It does not matter if you know nothing about the history of slavery (though after reading this article, you might know a little something!), because what is told transcends pure historical events, offering a perspective on the condition of modern women while illuminating a distant past made timeless. Even if only from an aesthetic viewpoint: the photography is vivid, striking, and endowed with astonishing force and vitality. Once again, immersing yourself will not make you a mere observer, but a participant.
We are all on stage.
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Mababu
Ricomponendo la storia della schiavitù della donna in Congo.