Laurie Anderson è semplice e difficile da definire. Da "O Superman" a "The End of the Moon" per NASA come la prima artista in residence, da opere in VR alle installazioni binaurali, pioniera della musica esperimentale, Anderson è diventata una figura chiave per il design sonoro. Lei esce fuori da un recinto specialistico e rende leggibile una struttura complessa e apparentemente difficile da conciliare. Una dei primi, Anderson ha redefinito il rapporto tra suono, tecnologia e parola in metodo e linguaggio teatrale.
Per questo il 29 maggio, Laurie Anderson ha ricevuto il Diploma d’Onore di Triennale Milano da Stefano Boeri. Il Presidente di Triennale ha commentato: "Triennale premia, con il Diploma d’Onore, personalità che nel mondo del progetto e della cultura italiana e internazionale hanno saputo lasciare un segno indelebile. Laurie Anderson ha saputo, anticipando i tempi, realizzare un connubio sperimentale e affascinante tra musica digitale, voce, poesia, performance artistica e arti visive. Un intreccio che ha cambiato la storia delle arti performative nel mondo".
La recente installazione di Anderson "Your Eyes in My Head", basata sull’audio binaurale e presentata alla Biennale, continua la sua ricerca in questa traiettoria ed esplora "Come sarebbe essere davvero nella testa di qualcun altro?"
La proclamazione è avvenuta nello spazio Voce che nel maggio ha compiuto un anno. Non fu scelto casualmente. Questo spazio nuovo è situato negli spazi dell’ex discoteca Old Fashion e dedicato interamente al suono, alle listening sessions e alla sperimentazione musicale. Voce nasce dall’idea di un futuro museo di musica e dalla voglia di lavorare sulla materializzazione dell’invisibile, cioè del suono. L’artista ha accolto con entusiasmo: "È una stanza del futuro". Dopo tante Biennali e Triennali, ha osservato, non esistono quasi mai luoghi davvero pensati per il suono.
Nel dialogo con Carlo Antonelli, consulente scientifico di Voce Triennale, Anderson ha raccontato l’origine di "Republic of Love". Il progetto nasce come un compito per i Wiener Festwochen 2025, il festival viennese: serviva un discorso di due ore come una riflessione sull’amore in tempi di guerra, crisi climatica e ascesa del fascismo in Europa. "È difficile. Lo prendo. Ci provo", racconta Anderson. Lei parte dalla frase di Cornel West (scrittore americano): "La giustizia è il volto pubblico dell’amore." Anderson evita il tono della lezione – lei mette domande e suggerisce spunti di riflessione. L’artista ha la capacità di scandagliare il fondo, cosa si trova dietro parole gigantesche come amore e giustizia, con un’ironia contagiosa e una lievità. Così trasforma un discorso in una costellazione di storie e memorie, linguaggio e musica, montaggi vocali con violino elettrico.
Per Anderson la guerra non è tema astratto. La Seconda Guerra Mondiale è entrata nei primi ricordi tra la storia del suo zio. "Quando mio zio Alan tornò dalla Guerra, non voleva togliersi l'uniforme e continuava a piangere senza sosta, nonstop. All’epoca non si parlava ancora di PTSD, Disturbo da Stress Post-Traumatico. Gli dicevano semplicemente "Vai a stare con la tua famiglia". Così è rimasto in soffitta da noi e ha pianto per tre anni consecutivi. Così, sono cresciuta con il suono del pianto ininterrotto di un uomo e con l’odore delle sigarette. Sempre pensavo che la nostra casa prendesse fuoco perché fumava una di fila all’altra. Poi un giorno senza alcun motivo ha smesso. È sceso dalle scale, se n'è andato e ha messo su famiglia. Non ho mai dimenticato quel suono e il mio primo ricordo è stato la guerra. Quando chiedevo: "Cos’è successo allo zio Alan, perché fa così?" mi rispondevano in modo super vago. "Qualcosa, sai… Qualcosa è successo durante la guerra in Francia…". Da quel momento la Francia per me è diventata un posto orribile che fa impazzire le persone. "Non andrò mai in Francia!", pensavo"
Anderson pratica buddhismo e meditazione da tanto tempo. Citando la sua insegnante Pema Chodron, lei spiega come analizza e vede trauma, rabbia in persone. Per affrontare rabbia, bisogna scavare in fondo: "Che cos’è questo? Cosa è questa rabbia? Devi andare alle radici. Vai giù, giù, molto a fondo e prova a vedere cosa sono le radici della rabbia. Vai molto a fondo, alle radici, al motore della rabbia. Lì sempre, sempre scoprirai un cuore spezzato. Sempre. Ed è così che cerco di guardare le cose. Qual è il motore di questo pensiero, o di questa emozione o di questa azione? Da dove viene? Voglio saperlo. È difficile vedere quello che sta succedendo se ci si dimentica di come analizzare le cose. Quando solo esisti, quando le informazioni arrivano così velocemente, non si ha la possibilità di analizzarle e scendere in profondità."
Cosa mi ha colpito di più è veramente quello come lei fa storytelling. Tra la sua voce calda, la sua empatia e umanità profonda Laurie Anderson dà la vita alle sue storie e i suoi anedotti. Ti fa sentire dentro e fuori dalla storia nello stesso momento. La bambina che salva i fratellini da un lago ghiacciato e scopre il potere di una parola: una frase può cambiare la tua vita. La giovane Anderson che anni dopo suona il violino a Genova con i pattini imprigionati in cubi di ghiaccio, come se il tempo della performance potesse essere misurato da qualcosa che lentamente scompare. Un passante genovese, il suo fan, che spiegava al pubblico che quell’artista americana faceva il performance così perché un giorno era rimasta congelata in un lago insieme alla nonna, mentre la vera storia era un ricordo di alcune anatre intrappolate nel ghiaccio cui Anderson ha visto il giorno della morte della nonna.
Nel tempo Republic of Love ha preso forme diverse: spettacolo, saggio, performance con Sexmob (quartetto jazz newyorkese) e performance in solo a Milano. Voce e violino elettrico, immagini, tastiere, droni sonori, filtri vocali che modificano l’età e il genere. In scaletta c’erano meno canzoni e più parti recitate accompagnate dalla musica e dalle immagini. Laurie Anderson raccontava e declamava le storie dalla mattina in italiano. È stata la vera sorpresa della serata. In diversi momenti del concerto la robotizzava per dare vita a compagni di viaggio: zio Alan, Jorge Luis Borges, William Burroughs, Bob Dylan, Allen Ginsberg e Lou Reed, suo marito e compagno d’arte.
Commentando la situazione negli Stati Uniti, Anderson ha sottolineato l’importanza di ripensare il linguaggio. «Sono molte, molte le parole che non ci è più permesso di dire. Sono state bandite dal vocabolario americano, dai documenti federali. C’è un elenco lunghissimo di termini che non si possono dire senza finire nei guai. Per esempio, "genocidio" è una di queste. Davvero non puoi. Il mio eroe in questa situazione è Borges. Lui ha detto una cosa a cui penso sempre: "La censura è la madre della metafora". Mi piace tanto perché se non puoi dire una parola, finisci per scordare cosa significa. Finisci per dimenticare il sentimento che sta dietro quella parola. È molto importante pensare, inventare un nuovo linguaggio e usarlo in modo molto intelligente per non scordare. Bisogna trasformare la censura in strumento». Tutte quelle parole bandite apparivano sullo schermo e poi svanivano. In rosso.
Il momento più emotivo della performance era quando Anderson suonava la sua versione di "Junior Dad", l’omaggio al suo marito Lou Reed. Ballando in drum suit – una giacca di pelle con sensori che trasformano movimenti del corpo in suoni di drum machine – l’artista condivide tre regole scritte insieme a Lou Reed durante il loro matrimonio:
1. Non avere paura di nessuno. Puoi immaginare come sarebbe la tua vita se non avessi paura di nessuno.
2. Procurati un buon rilevatore di cazzate e, più importante, impara a usarlo.
3. Sii davvero gentile.
Nel finale, con autorità calmissima Laurie Anderson ha eseguito la pratica Tai Chi in 21 Form, una sequenza di movimenti con nomi pazzeschi – "consegnare la pizza", "decapitazione". Ma perché tai chi? Prima, c’è grandissima occasione per divertirsi, per giocare, per "fake it until you make it". Secondo, in Cina Lou Reed fu famoso non come un leggenda di rock ma come un maestro dell’arte marziale cinese. La 21 Form è quella a cui Lou si era dedicato profondamente.
Alla fine la Republic of Love è una dedica al suo compagno d’arte e della vita. In un mondo che corre troppo veloce per capire, Anderson invita a fare una cosa semplice e difficilissima: ascoltare profondamente.
Il 7 luglio, Laurie Anderson tornerà in Italia insieme ai Sexmob per esibirsi all’Arena Santa Giuliana di Perugia nell’ambito di Umbria Jazz.
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