Ormai ci abbiamo fatto l'abitudine. Aprire i giornali o scorrere i social significa essere sommersi da un flusso costante di notizie di crisi: i conflitti in Ucraina e in Iran, le guerre commerciali, il caro carburante. In questo scenario, figure come Donald Trump ci hanno assuefatto a uscite clamorose che, fino a pochi anni fa, sarebbero state impensabili per qualunque leader istituzionale. Dalla provocatoria proposta di acquistare la Groenlandia alla ridenominazione di laghi e golfi, fino alla giostra continua di dazi e controdazi, l'impressione è quella di un leader che preferisce giocare a Monopoli con il mondo piuttosto che governare una superpotenza. Una tendenza che è diventata, se possibile, ancora più evidente e radicale.
Eppure, la domanda sorge spontanea: come è possibile che la gente lo abbia votato e continui a sostenerlo?
Una risposta lucida a questo interrogativo arriva da Francesco Costa, giornalista ed esperto di politica statunitense. La chiave del successo di questo tipo di leadership è semplice quanto spiazzante: questi leader hanno capito che l'elettorato cerca la concretezza. C'è l'idea che se si promette una cosa (giusta o sbagliata che sia) la si debba portare avanti, senza filtri. L'elettore medio americano, pur non tollerando la corruzione, finisce per preferire un politico che agisce alla luce del sole, esibendo persino le proprie spigolosità, rispetto a una classe politica tradizionale percepita come ipocrita o impegnata a nascondere i propri difetti.
C'è poi un fattore puramente comunicativo. I leader che oggi dominano la scena e le polemiche hanno compreso le regole del gioco digitale: sanno come abitare quei fatidici "5 secondi dell'algoritmo", consapevoli che oltre quella soglia l'attenzione del pubblico crolla. Da qui nasce la tentazione di gridare slogan monovola o di spararla sempre più grossa.
Ma le destre hanno davvero qualcosa in più rispetto agli altri orientamenti politici?
La risposta non sta nell'ideologia, ma nella capacità di intercettare una frustrazione reale. Se persino la California (lo stato che sulla carta avrebbe tutte le condizioni socio-economiche per dimostrare l'efficacia di un buon progressismo) fatica a mostrare risultati concreti e ad avanzare, il cittadino comune si sente tradito e cerca alternative radicali.
Se la politica urlata non è la risposta corretta, resta il dovere di saper comunicare. Esistono però strade diverse per ottenere la fiducia dei cittadini senza cedere al populismo da feed. Mamdani ha trovato la formula vincente basata su sorriso, semplicità e autenticità, riuscendo a conquistare una comunità complessa come quella di New York partendo dall'ascolto dei bisogni minimi e quotidiani.
Per Costa, la via per uscire da questa polarizzazione estrema esiste, anche se è una strada tortuosa e difficile da percorrere. È una catena di vecchie abitudini da rompere, un percorso buio in cui, però, "si possono vedere le stelle". È innegabile che il mondo che conoscevamo sia andato in frantumi, ma questa rottura non deve per forza tradursi in un cataclisma: può essere l'opportunità per migliorare.
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l'Europa è stata il laboratorio di cambiamenti innovativi. Spesso si è trattato di piccoli gesti, accordi tecnici o intuizioni che hanno finito per avere un impatto gigantesco sulla vita quotidiana di ogni cittadino. Il problema è che il tempo è passato. Le soluzioni che andavano bene ieri non sono più adatte a gestire la complessità del presente. Il mondo di oggi non ha bisogno di risposte nostalgiche o di slogan urlati, ma di una seria "manutenzione". È necessario adeguarsi ai tempi correnti attraverso idee semplici, concrete e accessibili, capaci di rimettere in sesto i meccanismi inceppati della nostra società. Per scoprire come ritrovare questa bussola e approfondire questa analisi sul nostro presente, non resta che leggere il libro "Come se ne esce".
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