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Very Long Song Artist

Very Long Song Title

Abbiamo conosciuto i Typo Clan
e abbiamo capito che a Brescia tira proprio un'ottima aria
   09 Lug 2018   |     Redazione   |     Michela Turri   |     permalink   |      commenti
C’è in Italia una città con una scena underground molto attiva, che anno dopo anno ci sta facendo conoscere nuovi artisti e nuove proposte musicali. Stranamente non mi riferisco alle inflazionate Milano e Roma, ma alla ridente Brescia. È da lì infatti che sono nati i Typo Clan, formati nel 2015 a partire da un’idea di due musicisti italiani: Daniel Pasotti e Manuel Bonetti. È proprio con loro due che abbiamo avuto l’occasione di parlare, per conoscere questo progetto che con Standard cream, il primo album, si sta già facendo notare nei principali festival italiani.



Il vostro album è stato prodotto tra Brescia e Berlino, hanno influito in qualche misura queste due città nell’album?

M: In realtà questa cosa è stata più logistica che altro, perché la persona che ci ha seguiti per la produzione vive a Berlino. È un nostro caro amico (Stefano Moretti ndr), anche lui di Brescia e si è trasferito a Berlino.
D: Però, anche se non direttamente, Berlino ha influenzato Morez (sempre Stefano Moretti). Alla fine in lui abbiamo trovato la nostra parte più elettronica.



Quindi voi non avete mai vissuto a Berlino, siete “pura Brescia”. Cosa succede a Brescia, perché c’è tutto questo movimento?

M: Bresciani e fieri di esserlo. In effetti ci abbiamo riflettuto perché come Frah, Coma_Cose, stanno uscendo un po’ di realtà che poi nel tempo si sono spostate a Milano, ma sono nate a Brescia. Secondo me la spiegazione è che Brescia è una provincia enorme e fondata sul lavoro. Molto fondata sull’industria, sull’alzarsi alle 7 la mattina e tornare alle 7 la sera. Questo secondo me aiuta la ribellione, la voglia di cercare di vivere in un altro modo.
D: Più che altro rispetto a Milano, Brescia è legata non tanto all’ufficio ma proprio all’industria.



Che lavoro fate?

M: Io lavoro in ufficio, e nella vita farei ovviamente il musicista, firmerei qui.
D: Io faccio il grafico ma chiaramente se la musica mi desse lo stipendio, sarebbe bello.



Perché “Typo”?

M: È un po’ come per i nostri testi: ci siamo basati più sulla forma che sul contenuto delle cose. “Typo Clan” ci piace: ci piace come suona. “Clan” doveva esserci e volevamo associare qualcosa alla parola.
D: Anche perché giustamente, noi abbiamo fatto il disco e tutto, poi usciremo con altri ragazzi, ci saranno loro e poi magari in futuro cambieranno. L’idea è quella a partire da noi due al centro, di ampliare le collaborazioni.



C’è molto questa appartenenza al gruppo?

D: Più che altro non partiamo con l’idea che usciamo in due. Noi scriviamo le canzoni e poi pensiamo “Ah che bella menata portarle in giro adesso”
M: Il nostro processo compositivo è diverso da tutti gli altri progetti che abbiamo avuto, e parte dalla cameretta, non dall’esperienza live. Eravamo entrambi abituati a comporre in sala prove e invece abbiamo approcciato la cosa in modo diverso e abbiamo composto le nostre canzoni direttamente in studio, che ha il vantaggio di darti un’infinità di possibilità a livello di suoni e sperimentazioni. Poi ha il contro che se metti tutto nel disco ad un certo punto qualcuno dovrà suonarle. L’idea può anche essere quella di metterli in base, però siamo vecchio stile, vecchia scuola, e ci piace suonare. Per questo abbiamo bisogno poi di altre persone.



Come va con il palcoscenico?

M: Considera in realtà che non siamo novellini, abbiamo avuto entrambi le nostre esperienze. Anzi, tutti e quattro tranne Giulia (Giulia Juliette Rosa ndr) abbiamo già avuto esperienze sul palco prima di questo, e in realtà il palco è il motivo per cui abbiamo iniziato questo progetto.



A proposito di relazione col pubblico: i testi sono in inglese, puntate di più alla scena italiana o siete più internazionali?

M: L’idea è quella di uscire, ampliare gli orizzonti.
D: Scriviamo in inglese, ma dato che diamo poca importanza ai testi, nulla vieta di collaborare con artisti italiani o stranieri.

M: L’idea del clan è collaborare con più artisti possibili, che cantino in italiano, in francese o in inglese, a noi interessa più comunicare in altri modi che non siano quelli dei testi.
D: Con il colore.

M: Non voglio dire che non importa cosa dice, ma te la metto un po’ poeticamente: non è musica per la mente ma per la pancia, più istintiva.
D: Poi in Italia siamo pieni di persone che fanno più testo che musica, sarebbe bello fare un 50 e 50 in una canzone. Poi io nelle canzoni che hanno “troppo”, un po’ mi ci perdo.
brescia, daniel pasotti, manuel bonetti, standard cream, typoclan