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Quattro riflessioni su questi Grammy
Spoiler: Bruno Mars ne ha vinti un sacco e non sappiamo bene perché.
   29 Gen 2018   |     Redazione   |     Davide Quercia   |     permalink   |      commenti
Nella notte tra 28 e 29 gennaio si è svolta cerimonia di consegna dei Grammy, il più (o meno, ma ci arriviamo) rilevante dei premi musicali, gli Oscar della musica e chi più ne ha più ne metta. Come consuetudine non ci sono state grandi sorprese, e quelle che ci sono state hanno prodotto in me e, suppongo in chiunque, un afono "Eh?".
A uscirne felici sono stati soprattutto Bruno Mars, con parecchi grammofonini tra cui quello per Album of The Year (boh) e Song of The Year (boh, pt.2) e la Best New Artist Alessia Cara; a uscirne meno felice è stato sicuramente JAY-Z, a bocca asciutta nonostante le 8(!) nomination. Se vi interessano altre entusiasmanti categorie come Best Boxed or Special Limited Edition Package trovate la lista completa qui (per esempio, che poi vi basta googlare “Grammy 2018” eh). Dopo aver scorso i principali premi e aver recuperato i momenti clou della nottata, ecco alcune riflessioni che vale la pena fare.


Kendrick non vince perché è nero (più nero di Bruno Mars).

È vero, quest’anno Kendrick Lamar non se n’è certo andato via a mani vuote, portandosi a casa il suo secondo Best Rap Album Award. Ma andiamo, il 2017 è stato l’anno della definitiva consacrazione del rapper di Compton, su entrambe le sponde dell’Atlantico. Acclamato da pubblico e critica, vendite e streaming da record, featuring con chiunque, headliner al Coachella: non si è parlato che di Kendrick nel 2017. Siamo addirittura arrivati al punto in cui “Kendrick non ha detto niente” era una notizia. Eppure DAMN. non è stato Album of The Year. DAMN.

Insomma, l’Academy non sembra proprio volersi rendere conto dell’importanza di questo artista così trasversale alla musica pop e, rasoio di Occam alla mano, rimangono pochi motivi per dare un senso a questa “svista”.


L’indie ai Grammy è un po’ come l’indie in Italia.

Ovvero, arriva sempre un po’ in ritardo. I nominati nella categoria Best Alternative Music Album erano The National (che poi han vinto), Arcade Fire, Gorillaz, Father Jhon Misty e LCD Soundsystem. Tutti artisti sulla scena da almeno 2/3 lustri e, con l’importante eccezione di James Murphy e soci, tutti nominati grazie al loro album meno incisivo ad oggi. Lasciati completamente fuori dai giochi tutti i nuovi nomi che tentano di risollevare le sorti di un genere(?) in evidente crisi di popolarità - è sufficiente vedere l’evoluzione delle line-up di Coachella e Primavera Sound per rendersene conto. Non è sempre stato così: per dirne una nel 2001 vinsero i Radiohead con Kid A, scelta piuttosto coraggiosa per un’istituzione abbastanza conformista come la Recording Accademy. Ma ai tempi Best Alternative Music Album suonava più o meno come Album of The Year According to Music Nerds. Ora i music nerds ascoltano Lamar (vedi punto 1) e “indie” e “alternative” suonano come parole un po’ più vuote.


I premi non riguardano chi è più bravo, ma chi è più importante.

Questa è rubata da Bojack Horseman, ma quanto è vera.


I Grammy sono fighi.

Al netto di tutte queste osservazioni, quello dei Grammy è un gran bello show. Esibizioni curate in ogni dettaglio e oggettivamente spettacolari: dall’inedita coppia Kendrick Lamar/Dave Chappelle, alla performance di Kesha, passando per i momenti non-musicali con i discorsi impegnati di Logic e Alessia Cara, fino al siparietto di Hilary Clinton che legge passi di Fire & Fury, tutto è stato intrattenimento. Forse alla fine i Grammy sono proprio questo, intrattenimento, puro e semplice. Forse il problema sono proprio quelli che ogni anno seguono questo evento aspettandosi qualcos’altro.
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