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Uscire dal silenzio della violenza
A Bookcity Milano si discute delle espressioni e delle strategie di prevenzione della violenza maschile contro le donne
   19 Nov 2017   |     Redazione   |     Schon Carnì   |     permalink   |      commenti
Come si evince dal titolo, la conferenza che ho seguito tratta di un argomento spinoso, complesso e pieno di aree grigie, difficile da coprire in una semplice pubblicazione. Fatta la dovuta premessa, partiamo.

La prima a prendere parola è Carmen Leccardi, che introduce l’argomento e ne sottolinea la grandezza e la facilità con cui questo venga generalizzato.

Continua poi Marina Calloni, sociologa dell’Università Bicocca, con una sinossi storica del movimento femminista negli ultimi cinquant’anni, introducendo un concetto presente nella psiche di alcuni uomini, un argomento che più avanti nella presentazione si farà sempre preponderante: il desiderio maschile muove le relazioni e, come tale la natura ritrosa all’accoppiamento delle donne ed il loro fingersi restie giustifica l’uso di una minima violenza, che è altresì apprezzata da chi la riceve.

Incalzante comincia il suo discorso Marco Deriu, il quale parte da un presupposto che ho condiviso: la violenza e i comportamenti umani scaturiscono da un contesto sociale fino all’unità minima, la famiglia. Quest’ultima fino a pochi decenni fa caratterizzata da una struttura patriarcale con dei ruoli ben definiti che le comparti maschili e femminili devono interpretare. Non a caso sorprende vedere dati che danno nei paesi nordici come Svezia e Norvegia una maggior incidenza di fenomeni di violenza fisica e/o sessuale tra partner rispetto che in paesi come il nostro, arretrati dal punto di vista giuridico e dei diritti.
Arrivando ai giorni nostri, analizza come ci sia un cambiamento verso una struttura post-patriarcale, in cui i ruoli sono meno definiti ed in cui la violenza legata al controllo si stia tramutando in risentimento, in vendetta.

Tocca ora a Marilisa d’Amico, professore di Diritto Costituzionale alla Statale di Milano, che fa una riflessione sulla presidente della camera Laura Boldrini, sopravvissuta negli ultimi tempi a una gogna di critiche e insulti, riguardante la reazione man mano più virulenta della fazione maschilista rispetto all’ascesa al potere di una donna.

Giunto a questo punto della discussione, però, sento che mi manca qualcosa: poco si era detto, infatti, del ruolo della figura maschile in tutto questo, se non quella del carnefice.

In mio soccorso giunge Patrizia Farina, anche lei affiliata al dipartimento di Sociologia della Bicocca, che fa uno statement: bisogna investire sugli uomini e sulla coppia. La violenza è ancora oggi considerato un elemento virilizzante, la cifra della passione di un uomo, la quale accettazione diventa metro d’apprezzamento della donna. Insomma, l’immaginario dell’uomo che non deve chiedere mai è ancora forte e rema contro non solo alle signore, ma anche ai signori, che per questo retaggio sociale spesso reprimono atteggiamenti da considerarsi inadatti ad un interprete maschile. Tutto questo per dire che il livello a cui si deve lavorare non è uomini vs. donne, ma singoli individui contestualizzati, che rende la trattazione ovviamente più complessa.

Allacciandosi al discorso, Sveva Magaraggia si concentra sull’immaginario comune di genere nei media, in particolare analizza il fenomeno della “mostrificazione” dell’autore di violenza, che viene puntualmente disumanizzato e che quindi aiuta a proteggere lo spettatore da una realtà che nel quotidiano apparirebbe più grave.

Ultimo intervento di Roberto Poggi, dall’associazione Cerchio Uomini di Torino, una compagine che si occupa di consulenza e riabilitazione di uomini che hanno inferto violenza a donne. Una parentesi molto interessante, poiché a me personalmente sconosciuta, che spiega come su base volontaria o giuridica ci siano 40 e più centri in Italia di questo tipo dove queste persone vengono ascoltate.

Se dovessi scegliere una frase simbolica di questa conferenza selezionerei:"Questi uomini sono isolati mentalmente in un loop che si reitera nel silenzio”.

Ora lascio a ognuno di voi il modo di fare le proprie riflessioni su uno degli incontri sicuramente più interessanti di questo Bookcity Milano.

(In copertina: Carla Rigato - Pietà del mio lungo penare, 2015)
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