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«Io sono sua madre!»
Il settimo film di Darren Aronofsky
   01 Ott 2017   |     Start Rec   |     Luca Fontò   |     permalink   |      commenti
Lei è una bella donna passiva, socialmente inutile, asservita all’attenzione del marito, totalmente priva di ambizione. Passa le giornate a ristrutturare la casa in cui abita perché diventi «un paradiso». I lavori proseguono a circa un colpo di spatola ogni mezz’ora, perché Lei ogni tanto s’appoggia alle pareti e sente e vede le membra e il cuore pulsante della magione. Magione di cui il proprietario, ovviamente, è Lui – poeta col blocco dello scrittore – una casa distrutta in un incendio dal quale si è imparato che gli oggetti si ricomprano, che nessun oggetto è importante: eppure quando si rompe un bicchiere Lei ha subito la paletta sotto mano; quando se ne va la luce ha una torcia bella pronta sulla mensola di fronte. Ma comunque, al di fuori delle emergenze, nessun oggetto è veramente utile né importante: un mantra costantemente ricordato da una mistica pietra trasparente, bianca con venature vulcaniche, l’unico residuo, ben custodito, di quel famigerato incendio.

Un giorno bussa alla porta Ed Harris (che non guarderemo più allo stesso modo dopo Westworld). Strano: perché a quella porta di quella casa in mezzo a quei campi non bussa mai nessuno: Lei vuole che stiano da soli. L’uomo non si presenta perché non è importante che abbia un nome: non si presenta nessuno, neanche i padroni della magione, perché non è importante che abbiano un nome. Non sono personaggi, sono metafore: e i corsivi utilizzati finora indicano il modo in cui gli attori vengono creditati nei titoli: e l’allegoria comincia, tirata per i capelli, quando neanche Michelle Pfeiffer che fa irruzione si presenta. E prosegue, in ordine cronologico, con citazioni bibliche (l’assassinio di Abele per mano di Caino, ma anche i predecessori Adamo ed Eva, di cui Lui e Lei sono trasposizione), pagane (il sacrificio umano, ma anche l’adorazione del vello, ma anche l’auto-adorazione), ambientaliste (perché «Lei è la casa» e la casa è la Terra), storiche, persino della storia del più recente terrorismo, dell’integralismo, della repressione politica – per tornare infine alla Terra, alla sovrappopolazione mondiale e al riscaldamento globale.

Gira e rigira, Darren Aronofsky fa sempre lo stesso film, con un fattore in meno e un fattore in più del precedente: i fattori in generale sono la tensione sanguigna e quella onirica, la disciplina olistica ed esoterica, l’interpretazione dell’Antico Testamento, l’invito alla salvaguardia dell’ambiente. Al Cigno nero mancava quest’ultimo aspetto; a Noah mancava il thriller. Qui invece non manca niente, ed è proprio questo il problema. E come se non avesse fin troppo materiale, trova anche spazio (e fondi) per emulare il Roman Polanski di Repulsione e Rosemary’s baby (di cui l’immagine sopra è una dichiarata citazione).

L’effetto è quello di un quartino di acido: anche se mai nessun’altra attrice ci farà vivere un disagio così forte per la violazione del territorio domestico – mai ci capiterà di voler urlare, di nuovo, «avanti, mollagli uno schiaffo!, spaccale la testa!, falli uscire da casa tua!». La Musa Jennifer Lawrence segue il Maestro Aronofsky sul set e nella vita: e fa bene, perché lui è bravo assai (di solito): basti guardare la sequenza del sottofinale in cui il neonato surfa sulla folla, e come finisce. Aronofsky è talmente bravo che investe pure sé e la sua compagna della metafora: Lei, agosto 1990; lui, febbraio 1969; Javier Bardem, che interpreta il marito, marzo 1969. E dice La donna a metà del film: «lo devi amare davvero molto: c’è una generazione in mezzo a voi due».
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