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Very Long Song Artist

Very Long Song Title

A-Yo, Hey oh
Un documentario racconta un anno di Lady Gaga
   26 Set 2017   |     Start Rec   |     Luca Fontò   |     permalink   |      commenti
Il sogno di ogni superstar è apparire (davanti alle telecamere) come essere fragile, normale, figlio del nostro stesso dio – e se la superstar fa musica pop, questo desiderio si sposa spesso con la volontà di sbandierare la lavorazione di un album, le ore spese in studio, gli strumenti suonati in prima persona, le decisioni prese insieme al celebre produttore di turno, il legame che si crea con questo e, infine, la tristezza nel doverlo salutare a disco finito verso nuove rotte: il primo singolo, il primo video, le foto per il booklet, le tournée per le radio.

Quello scorso, per Lady Gaga, è stato un anno doppiamente affaccendato: qualche ripresa per American horror story dopo aver vinto il Golden Globe come attrice protagonista, i festeggiamenti per il ruolo assegnatole da Bradley Cooper in A star is born (film che avrebbe dovuto girare Clint Eastwood, e avrebbe dovuto interpretare Beyoncé), la gara d’appalto per assicurarsi l’half-time show del Super Bowl. In mezzo: i problemi delle persone normali, fragili, i crampi a una gamba, le infiltrazioni e la fisioterapia per un incidente di tre anni fa, gli attacchi di panico e il senso di solitudine.

Peccato per questo senso di solitudine: all’inizio di Five foot two (dal 22 Settembre su Netflix) Gaga mette in chiaro: «essere una donna nell’ambiente musicale significa che entri in una stanza piena di uomini che pensano di potertelo infilare. Io non voglio che si pensi questo quando entro io»; poi però i piagnistei sono tutti per la mancanza di un uomo, «ad ogni conquista della mia carriera perdo un uomo», «mi sembra che la mia vita sentimentale stia implodendo».

Insieme all’uomo Mark Ronson spicca Florence Welch (la scena più epica di tutto il documentario: quando Gaga va a sbattergli contro la macchina). Prima della registrazione di Hey girl contenuta in Joanne fanno un selfie, lo pubblicano su Instagram; Florence chiede: «come hai fatto a premere su “pubblica” sapendo che lo vedranno diciotto milioni di persone?». Gaga tentenna: «grazie per avermelo ricordato».

Come se non se lo ricordasse già benissimo da sola. I fans, il pubblico, sono il pensiero fisso: «si aspettano che io faccia uno show sul trono, con unicorni, e invece farò il contrario», «voglio indossare jeans neri e maglietta nera, cosa penseranno?».
Con arguta attenzione vengono nominati Madonna («se deve dire che sono una merda, che me lo dica in faccia, non lo vada a dire ai media. Io sono un’italiana di New York, se devo dire qualcosa la dico in faccia»), Beyoncé e Jazy Z («ogni volta che sto con loro sono in un angolo con sei spinelli»). Ma è il suo staff il protagonista del film, quelli che le spazzolano i capelli diventati ormai paglia, i ballerini che rimprovera per tenere tutto sotto controllo, la famiglia – di cui vediamo un piccolo stralcio, alla ricerca di informazioni sulla zia Joanne, anche se la canzone è stata già scritta e incisa e trasferita sull’iPhone.

Pianti insieme al padre e alla nonna, pianti con la massaggiatrice – poi quattro giorni prima dell’uscita del documentario, Gaga cancella le date del suo tour, inclusa quella italiana del 25 Settembre, «per l’ospedalizzazione a causa di dolori fisici»: un film-giustificazione firmata dai genitori, insomma.
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